Prefazione (Apologia)

Bentornati, cari apprendisti. Come sapete è mia intenzione pubblicare non una ma ben TRE recensioni sul mondo di Hunger Games. Dopo aver fatto la prima, quella sul primo romanzo (che potete trovare QUI), ho iniziato a scrivere la seconda, quella sull’intera trilogia. Tuttavia mi son dovuto fermare per un motivo che ho già spiegato, ma che voi non avete ancora letto perché l’articolo in cui lo spiego verrà pubblicato dopo di questo. Lo so che è una cosa scema, i miei neuroni sfasati mi spingono a fare genialate del genere.

Dopo aver messo da parte la seconda recensione (ma è solo una cosa momentanea) sono passato a scrivere la terza, ovvero quella in cui analizzo lo stile della Collins commentando un capitolo tratto da Hunger Games. E mi sono dovuto fermare un’altra volta. In questo caso mi son fermato perché mi ero lanciato in un lungo monologo, dai toni personali e apologetici, sul perché avessi voluto fare un’analisi della scrittura della Collins. La mia prima intenzione era quella di lasciare il discorso per intero nell’articolo, tuttavia mi sono reso conto che lasciarlo lì in mezzo gli avrebbe fatto perdere efficacia. Infatti, se fosse contenuto solamente nell’articolo dedicato alla scrittura di Hunger Games, un ipotetico lettore che non abbia letto quello specifico articolo non saprebbe mai il contenuto del discorso, che io reputo importante, e ciò mi avrebbe costretto a ripeterlo, sempre uguale, ad ogni nuovo articolo sulla scrittura.

Dal momento che il discorso è lungo, e in qualche modo necessario, aggiungere ogni volta un migliaio di parole di premessa non avrebbe giovato agli articoli. Quindi ho deciso di estrarlo, arricchirlo ulteriormente ampliando i concetti già accennati e pubblicarlo come prefazione a un serie di articoli dedicati alla scrittura. Eh sì, mentre scrivevo mi è venuta questa “brillante” idea. La mia intenzione è quella di discutere lo stile degli autori, sottolineando pregi e difetti del loro modo di scrivere, utilizzando estratti dei loro romanzi come modelli. Questa in ogni caso è l’idea di partenza, e io parto con le migliori intenzioni possibili. La realizzazione, nonostante tutto, potrebbe essere pessima, ma non lo saprò fino a che non ci avrò provato. Al massimo, se scriverò scempiaggini, mi distruggerò la reputazione da solo e sarò costretto a chiudere il blog per la vergogna e a commettere seppuku. Nulla di troppo estremo, tutto sommato.

Questo discorso è molto personale (o almeno così l’ho definito all’inizio dell’articolo) perché dovrò parlare di me, e a me non piace parlare di me. Perciò cercherò di essere sintetico ed esaustivo.

Dunque, per fare il discorso che devo fare, devo cominciare da molto lontano, ovvero quando da ragazzino pensavo che i draghi fossero la cosa più fica del mondo. In quel periodo giocavo un sacco a Dungeons & Dragons e non leggevo molto fantasy. In realtà era un periodo in cui non leggevo molto in generale. Forse non leggevo proprio. In compenso giocavo moltissimo. Non solo ai giochi di ruolo carta&penna ma anche ai videogiochi (di ruolo). E collezionavo un mucchio di carte (da Magic: The Gathering ai Pokémon a Yu-Gi-Oh…). Col tempo ne ammucchiai un sacco e ora sono tutte riposte in un apposito cassetto nella speranza che fra trenta o quarant’anni saranno diventate rare e che potrò rivendermele per un sacco di soldi (il sacco non è figurativo, intendo proprio un sacco di iuta pieno di banconote di piccolo e medio taglio). Speranza, temo, vana. Ma non è questo il punto.

L’esperienza accumulata come giocatore di D&D e come videogiocatore mi tornò utile nei tempi a seguire. Innanzitutto mi permise di avanzare di livello e passare da “giocatore” a “master”, cosa non da poco. Ciò significava che io non ero più un personaggio in una storia inventata da qualcun altro, ma ero diventato colui che inventa la storia nella quale si sarebbero dovuti muovere gli altri giocatori. In pratica, ero diventato Dio. Una sensazione meravigliosa, tra l’altro. Creavo mondi, uccidevo draghi e facevo capitolare re, il destino di interi regni e intere razze era nelle mie mani. Una sensazione di onnipotenza mai provata prima che mi diede una leggera dipendenza. L’ho chiamata Sindrome di Dio. [Mi sono accorto che mi piace ribattezzare le cose, l’avete notato anche voi?] Tuttavia ero ancora un ragazzo innamorato perso del Signore degli Anelli, con una conoscenza del fantasy assai ristretta, e le mie ambientazioni erano inevitabili copie del mondo di Tolkien con forti contaminazioni di D&D (che poi sono la stessa cosa visto che Dungeons & Dragons si è ispirato moltissimo al Signore degli Anelli, soprattutto agli inizi). Giocai molto e creai molti mondi, tutti più o meni simili avendo come base il Manuale del Giocatore versione 3.5.

Facciamo ora un salto avanti nel tempo. La Sindrome di Dio si acquietò verso i primi anni del liceo, causa impossibilità di giocare a D&D. Il mio vecchio gruppo di gioco si era sfaldato e non riuscì a trovarne un altro. Come diretta conseguenza la mia fantasia si inaridì. La Sindrome di Dio rimase sopita per qualche anno, ovvero fino a che non venni chiamato da un nuovo gruppo di giocatori, inesperti, che necessitavano di un master con esperienza. Questo riaccese in me la scintilla. Nel frattempo ero maturato, non solo ero cresciuto mentalmente (e fisicamente! non ero più il tappetto grassottello che ero prima) ma avevo anche iniziato a leggere con frequenza. Già la prima ambientazione che creai risultò molto più complessa di quelle che ero solito creare anni prima. Giocammo un paio di campagne soltanto (circa sei mesi in tutto), poi, tra chi non poteva venire in determinati giorni, chi dava buca all’improvviso, chi lavorava il pomeriggio e arrivava tardi (giocavamo di sera), chi lavorava la mattina e se ne andava presto, e chi capì di non essere realmente interessato al gioco, il gruppo si sciolse.

L’ufficiale scioglimento del gruppo avvenne mesi dopo l’ultima sessione di gioco. Tuttavia io, già durante la seconda campagna, avevo iniziato a creare un nuovo mondo, più ricco di dettagli rispetto ai precedenti, nel quale avrei ambientato la nuova campagna, la terza. Dopo l’ultima partita, passai mesi (poiché, come ho detto, passarono mesi dall’ultima partita allo scioglimento del gruppo) ad aggiungere particolari all’ambientazione, che divenne sempre più complessa con il passare dei giorni. E non mi stavo impegnando solo a renderla vasta ma anche a renderla originale. Ero addirittura arrivato a riscrivere la meccanica della magia perché ho sempre trovato un po’ banale il suo funzionamento in D&D (non me ne vogliano i giocatori più fedeli, è solo un’opinione). Quando il gruppo si sciolse io mi ritrovai con un mondo creato e che probabilmente mai avrei utilizzato. Mi ero impegnato tantissimo nel crearlo e mi ci ero davvero affezionato. Lo consideravo il mio piccolo capolavoro. Ovviamente non volevo gettarlo via ma che altri utilizzi può avere un’ambientazione fantasy se non per giocarci a Dungeons & Dragons? E se ci scrivessi un romanzo…?

Quell’ambientazione, che all’epoca mi sembrò perfetta, col tempo si rilevò non essere così a prova di bomba come mi era sembrata all’inizio e l’abbandonai in favore di un nuovo mondo, che ho abbandonato in favore di un terzo, e via discorrendo. Quel primo piccolo mondo, anche se ormai dimenticato, ebbe la grande responsabilità/colpa di avermi spinto verso la scrittura. E così iniziai a stendere il mio bel romanzetto fantasy d’esordio. Inutile dire che col tempo mi accorsi di non valere molto come scrittore: il mio linguaggio è troppo semplice (come sicuramente avrete notato leggendo i miei articoli), uso i congiuntivi dove non servono e non li uso dove invece servono, e mi capita di far scattare il correttore automatico per il plurale dei sostantivi che terminano in –cia. Tuttavia mi sono anche reso conto che non è soltanto la pessima grammatica a rendere brutto un romanzo o un racconto. Le prime cose che scrissi erano talmente brutte che me ne vergognai, anche se utilizzavo regolarmente il manuale dei congiuntivi, e il correttore automatico di Word era sempre acceso. Non riuscendo a capire perché la mia scrittura fosse tanto brutta, decisi di rivolgermi all’Internette per avere delucidazioni. E scoprii l’esistenza delle “tecniche di scrittura” (che è assolutamente necessario conoscere se si vuole scrivere qualcosa di decente).

Io non avevo mai sentito parlare di “tecniche di scrittura” e non mi era mai passato per la mente che potessero esistere cose simili. Iniziai quindi a frequentare blog, siti e forum di scrittura per apprendere. E in effetti appresi molte cose che mi furono utili allora e che lo sono ancora oggi. Mi aiutarono a capire perché i miei scritti erano (e in parte sono tutt’ora) brutti: aggettivazione inutile, costruzioni sbagliate delle frasi, POV ballerini, uso del Raccontato, e tante altre schifezze. Compresi che ciò che avevo scritto era irredimibile, non sarebbero certo bastati dei ritocchini qua e là per rendere belli i primi orripilanti capitoli del mio romanzo, andavano proprio riscritti da capo. E, sconfortato, lasciai perdere la scrittura. Tuttavia continuai a informarmi e appresi altre cose. Poi, quando mi sentii pronto, ripresi a scrivere. Non iniziai subito con una trilogia (maledetti scrittori esordienti e le vostre trilogia della ceppa!) ma con qualcosa di più semplice: dei racconti. Il mio nuovo stile di scrittura era molto migliore rispetto al vecchio. Ancora traballante, ma sicuramente migliore.

Tra tutti i consigli e gli esercizi che trovai in rete, quelli che reputai (e reputo tutt’ora) più utili furono senza dubbio le correzioni dei testi. Una persona (che di solito aveva le competenze per farlo) correggeva parola per parola, paragrafo per paragrafo un testo evidenziando gli errori e suggerendo eventuali correzioni da apportare per renderlo migliore. Questi esercizi mi aiutarono a capire come gestire una situazione, come destreggiarmi in scene difficili, come caratterizzare un personaggio, come fare delle descrizioni efficaci.

Questi esercizi non sono facili da trovare in giro. In parte perché non sono in molti ad avere le competenze per poter fare una cosa del genere. In parte perché commentare un testo segnalando gli errori e sottolineando i punti di forza è un tipo di lavoro (faticoso perché meticoloso) che prende il nome editing, un servizio che bisogna pagare per avere, e alla gente generalmente non piace lavorare gratis. In parte perché per lo scrittore medio una critica al proprio testo equivale a una dichiarazione di guerra, e certe cose non vengono fatte per evitare polemiche. Commentare negativamente un testo di uno scrittore pubblicato da una casa editrice può significare la chiusura del blog. Criticare il testo di un aspirante scrittore può provocare un’inondazione di commenti offensivi da parte dell’aspirante scrittore e dei suoi amici, rivolti a chi ha osato criticare il Capolavoro. Perciò non vengono fatte, per evitare grattacapi, sostanzialmente.

Tuttavia io, forte del fatto che gli affermati scrittori stranieri non verranno mai a conoscenza del mio blog, farò correzioni di alcuni loro testi. Sappiate che essere pubblicato (sia in Italia, sia all’estero) non implica che il romanzo sia scritto bene. Viene pubblicato solamente ciò che vende, indipendentemente dal fatto che sia scritto bene o male. E, nell’ottica del guadagno, l’editing è una spesa inutile. Questa non vuole essere una critica all’editoria (o forse sì…) ma solo un modo per dirvi che è facile trovare scrittori inesperti e prose piene di errori anche analizzando gli scritti stranieri. L’unica differenza è che il mio blog non avrà mai visibilità all’estero e posso dire tutto quello che voglio sugli scrittori stranieri (pappapero!), tanto loro non lo sapranno mai e non verranno a minacciarmi di morte (sì, questa cosa è successa davvero: capito ora perché non parlerò dei permalosi scrittori italiani?).

Resta il fatto che io non mi ritengo una persona particolarmente preparata e chiunque può correggere una mia correzione errata, o segnalare un errore che a me è sfuggito. Oppure potete far convergere l’attenzione su una scelta stilistica sensazionale da parte dello scrittore che io ho bellamente ignorato per via della mia inettitudine. Dopotutto io sto cercando di aprire un dialogo, non di fare lezione a qualcuno. Perché lo sto facendo se io stesso non mi ritengo una persona sufficientemente preparata per fare una cosa simile? Bella domanda! Io mi sento di rispondere in questo modo: “perché qualcuno dovrà pur farlo, no?”. Sono un pochino arrogante nell’accaparrarmi un tale diritto, è vero, ma in mia difesa posso dire che le mie poche conoscenze sono superiori (non di molto, ma lo sono) a quelle di molti aspiranti scrittori, di molti autori autopubblicati e addirittura a quelle di scrittori pubblicati da case editrici. E questa, mi spiace dirlo, non è arroganza.

Neanche io conoscevo le tecniche di scrittura all’inizio, ma mi sono andato a informare e oggi posso dire di saperne più di allora, in tema di scrittura. Molti giovani aspiranti scrittori si trovano davanti allo stesso problema che dovetti affrontare io tempo fa. Ecco, questi miei articoli nascono anche per loro. Ora non dovete pensare che io voglia fare il professorino a tutti i costi o il saccente di turno, faccio quello che faccio semplicemente perché mi piace essere d’aiuto agli altri, se e quando posso. Avete presente quando andate in libraria e vedete quel ragazzo con l’aria spaesata, perso fra gli scaffali, in cerca di un libro in particolare ma che non sa da che parte andare a cercare? Ebbene, vi è mai capitato che vi venisse voglia di andare ad aiutarlo (non ditemi che sono l’unico che fa ‘ste cose…)? Con questi articoli sto facendo la stessa cosa, solo che anziché soccorrere un lettore, soccorro uno scrittore.

A me piace leggere bei libri (scommetto anche a voi) tuttavia spesso mi è capitato di leggere libri scritti orribilmente, che ho abbandonato nel giro di una decina di pagine. Questo mi rattrista, perché a volte uno scrittore che ha delle buone idee e il giusto talento viene frenato dalla mancanza di conoscenze tecniche che rendono brutto il suo romanzo. L’ignoranza è scusabile (ma la stupidità no) e volersi migliorare è un intento lodevole. Chi non sa e vuole sapere è sempre il benvenuto sull’Isola, chi non sa e si trincera dietro le proprie convinzioni, spesso errate, spacciate per sapere no. Tuttavia come può uno voler imparare qualcosa di cui ignora l’esistenza? Un bel dilemma.

Ma conoscere le tecniche di scrittura è davvero così importante per scrivere un romanzo?“, potrebbe chiedere qualcuno, e io rispondo “saper cucinare è davvero così importante per preparare un pranzo?” Se tu cucini (scrivi) solo per te stesso, no. Se invece cucini (scrivi) per dei clienti, assolutamente sì. Voi andreste mai a mangiare nel ristorante di un cuoco che non sa cucinare? Allo stesso modo, comprereste mai un libro di uno scrittore che non sa scrivere?

Molti sostengono che le tecniche di scrittura siano inutili, perché ritengono che la scrittura nasca dal cuore e non dal cervello. Ma si sbagliano. Mi è capitato di leggere cose che voi umani non potreste immaginarvi (cit.): avverbi in ogni frase, sostantivi e aggettivi ripetuti identici nel giro di due righe (a volte anche nella stessa frase), personaggi stereotipati con caratterizzazione nulla, narratore onnisciente ma solo quando fa comodo all’autore, ambientazioni riciclate, scene illogiche inserite solo per mandare avanti la trama perché allo scrittore pesa il sedere dover inventare motivi plausibili che spingano il protagonista a compiere una determinata scelta. Questi non sono mica errori da poco, eppure molti autopubblicati e molti aspiranti scrittori non lo sanno o non se ne rendono conto e li lasciano nella versione definitiva del romanzo, perché reputano corrette le frasi e le scene scritte in quel modo. Peggiore il caso in cui uno scrittore scrive male di proposito perché si rifiuta di seguire le basi della scrittura (ma, come ho già detto, l’ignoranza è scusabile, la stupidità no).

Certo, anche i migliori sbagliano. Anche al migliore scrittore del mondo può capitare di dover inserire una scena forzata per evitare di dover riscrivere duecento pagine di romanzo (anche se uno scrittore serio non lo farebbe e riscriverebbe anche tutto il libro se necessario), ma tre scene forzate sono troppe per qualunque scrittore. Non esistono gli Intoccabili in narrativa. Se scrivi un libro brutto, hai scritto un libro brutto e devi farci i conti. Se oltre a quel libro brutto ne hai scritti venti belli, un lettore può scegliere di chiudere un occhio sull’unico libro brutto che hai scritto chiamandolo “lavoro meno riuscito”. Ma se oltre a quel libro brutto ne hai scritti altri cinque altrettanto brutti, allora sei un pessimo scrittore che sforna schifezze.

Mi rendo conto di essermi infervorato (e forse ho divagato anche un po’), ma l’argomento mi sta a cuore e mi sono lasciato trascinare. Non era mia intenzione ma non me ne scuso, è giusto che ciò che ho detto sia scritto in quel modo. Mi son reso conto, col tempo, che mille parole gentili valgono meno di uno schiaffo. Perciò non riscriverò il paragrafo con toni più moderati, non lo farò perché voglio che il messaggio sia chiaro, diretto e soprattutto duro. Come un diretto di Mike Tyson.

Questa serie di articoli sulla scrittura, come ho detto, non nasce solo dalla mia curiosità di confrontare e studiare gli stili degli scrittori ma anche (e soprattutto) per aprire una discussione sulla scrittura. In rete ci sono moltissimi siti e forum in cui si parla di scrittura creativa, ma ce ne sono pochi dove si parla di scrittura tecnica. È facile trovare concorsi e competizioni nei quali mettersi alla prova, ma nella maggior parte dei casi questi concorsi finiscono per essere gare tra amici, senza vincitori né vinti. Chi vi partecipa si trova di fronte a problemi come il dover rispettare delle scadenze, la necessità di essere sintetici (in queste competizioni il limite massimo di caratteri a disposizione è basso appositamente per spingere lo scrittore a essere conciso) o l’affrontare un tema imposto da qualcun altro e con la quale (la maggior parte delle volte) non si ha dimestichezza. Certo, questi sono problemi che prima o poi vanno affrontati, ma il vero problema, secondo me, è un altro: se non c’è un esperto che si occupa di correggere i testi, l’intera competizione perde di significato. La scrittura va appresa, ma senza un maestro che insegna come può uno studente imparare? Come può Daniel LaRusso diventare un karateka senza la guida di Miyagi-sensei? Esercitarsi a scrivere aiuta, ma senza le conoscenze necessarie si diventa bravi a scrivere male e ciò non è utile.

Per questo ho deciso che parlerò di scrittura, per dare consigli. È vero che non bisogna essere Umberto Eco per poter dare consigli sulla scrittura, ma è anche vero che non basta saper leggere e scrivere per poterli dare. Io da parte mia cercherò di documentarmi e informarmi il più possibile prima di fare un commento o un appunto ma voi non dovete prendere per oro colato ciò che dirò. Come ho detto, io non voglio educare nessuno, mi basta che qualcuno leggendo un mio articolo si senta incuriosito da parole come “MacGuffin” e decida di documentarsi per conto proprio, non necessariamente sul mio blog. Anzi, è meglio se andate a comperare manuali di scrittura e ponete le vostre domande in forum appositi dove potete trovare il parere di un esperto. Io dopotutto sono un mago mica uno scrittore. ^_^

SEE YOU AMAZING WIZARD…

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