Hunger Games (recensione)

Bentornati, cari apprendisti. Chi di voi, tempo fa, ha letto l’articolo sull’Ice Cream Book Tag (QUI, per chi non lo ha ancora letto e lo volesse vedere), saprà che era mia intenzione leggere il primo libro della saga Hunger Games Trilogy entro la fine dell’estate. Nel momento in cui inizio a scrivere questo articolo sono a metà del terzo romanzo [Edit: nel momento in cui ho concluso l’articolo, ho finito di leggere anche il terzo], quindi posso dire di aver mantenuto la parola. Ma ora arriva la parte difficile: la Perfida Recensione!

Siccome ho molte cose da dire e una recensione sola non mi basterebbe, ho deciso di fare una trilogia di articoli per ricalcare il modello originale. Un trilogia di articoli per una trilogia di romanzi mi sembra adeguato come contrappasso. ^_^ Badate bene, però, che i tre articoli non saranno tre recensioni, una per ogni romanzo, bensì:

  1. la recensione del primo libro, dove esporrò le mie opinioni relative al solo primo libro della saga. In questo modo conto di rendere più breve la recensione [Edit: è venuta di 10.000 parole, però ho tolto molte cose; in qualche modo posso dire che sia venuta più corta… ^_^’] dal momento che mi occuperò di meno aspetti, ovvero soltanto ciò che è relativo al romanzo, trascurando tutto il resto (vita dell’autrice e genesi dell’opera comprese) che invece confluirà nella recensione numero 2;
  2. la recensione dell’intera trilogia, dove parlerò della saga da un punto di vista più ampio e ci infilerò tutto ciò che mi frulla per la testa, tutti i dubbi che mi sono rimasti una volta ultimata la lettura e tutto ciò che acquista un senso solo prendendo in considerazione tutti e tre i romanzi;
  3. analisi di un capitolo (il ventunesimo) del primo libro, dove parlerò più in dettaglio della scrittura (penosa) della Collins e di tutti gli errori da lei commessi (non che in questo articolo io non l’abbia fatto, eh!).

In questo modo, potrò esporre le tutte mie opinioni in maniera completa e ordinata e senza essere ridondante. Credo.

Siccome la recensione è venuta di una lunghezza proibitiva (più di 10.000 parole (chissà se esiste il premio per l’articolo più lungo dell’anno)), ho deciso di adottare un nuovo modello di recensione (forse solo per questa volta, forse per tutte le recensioni a seguire, forse solo per quelle molto lunghe). Prima di tutto esporrò la mia opinione in poche parole in una sorta di recensione breve, dopodiché parlerò in modo più approfondito del romanzo, analizzando meglio i vari punti, in una sorta di recensione lunga. Così, chi vuole sapere la mia opinione riguardo al romanzo può leggersi la recensione breve e sapere cosa ne penso, mentre chi vuole sapere anche perché io abbia detto una determinata cosa (o sia desideroso di leggere una recensione dettagliata) può andare avanti e leggere l’articolo per intero o solo il paragrafo che gli interessa. Detto questo, buona lettura.

RECENSIONE BREVE

Hunger Games è un libro che si lascia leggere, scritto in modo scorrevole ma non corretto. Con “corretto” non intendo dal punto di vista grammaticale (impeccabile sotto questo punto di vista) ma sul piano delle tecniche narrative, che la Collins non conosce a fondo o non sa usare correttamente (dall’uso corretto del narratore in prima persona al Mostrare, non Raccontare). La storia è molto semplice, forse fin troppo, ma i numerosi colpi di scena riescono a tenerla sempre viva. Anche se non sempre creano l’effetto desiderato, complice una generale mancanza di dettagli (alcune scene sono talmente vaghe da essere addirittura difficili da visualizzare mentalmente). Tuttavia ho avuto la sensazione che molti colpi di scena fossero stati inseriti con lo scopo di mandare avanti di prepotenza la trama nei momenti di stanca, poiché infatti la storia ristagna un po’ troppo in alcuni punti. Le vicende, che mi aspettavo molto più movimentate, sono intervallate da numerosi flashback e appesantite dalla storia d’amore fra la protagonista e il protagonista che, a mio parere, è decisamente fuori luogo. La violenza c’è ma non è mai eccessiva, come invece mi sarei aspettato di vedere, forse perché la Collins è interessata ad altri aspetti (storia d’amore e ambientazione), forse perché il romanzo è rivolto a un pubblico giovane (e facilmente impressionabile?) e lei non ha intenzione di lasciarsi andare con le scene cruente, o forse perché preferisce prendere la strada facile ed evitare scene che potrebbero risultare complicate da scrivere e da digerire. Nonostante la scrittura non sempre corretta e alcune forzature nell’ambientazione e nella trama, Hunger Games risulta una lettura piacevole (a patto che non vi dia fastidio il brutto modo di scrivere della Collins), consigliata soprattutto a chi si avvicina per la prima volta al mondo della narrativa. Se invece siete lettori abituali e mangiate i libri a colazione inzuppandoli nel latte al posto del cornetto, allora potreste trovare Hunger Games troppo lento, e forse anche “moscio”, visto che gli spunti per creare delle scene davvero d’impatto ci sono ma non vengono mai sfruttati a dovere. Se siete amanti della critica sociale, be’, sappiate che qui c’è e volendo potreste trovare alcuni spunti interessanti (la società assuefatta alla violenza, la dipendenza delle persone dai reality show, i governi che si impongono sui cittadini rendendoli “stupidi” senza che questi ultimi se ne accorgano) anche se non calca mai la mano come dovrebbe. Nota più dolente: la protagonista, Katniss. Lei ha un carattere terribile, è insopportabile qualsiasi cosa faccia nonostante gli sforzi della scrittrice di farla sembra simpatica. Un vero peccato, perché quando a un lettore non piace il protagonista, raramente piace il resto del romanzo.


RECENSIONE LUNGA:

1. STORIA

TRAMA: Panem è uno Stato nato dopo la distruzione del mondo (con conseguente crollo di tutti gli Stati conosciuti) in seguito a una guerra di proporzioni mai viste. Panem è divisa in quattordici sezioni: Capitol City, che è il centro di Panem dove vivono i ricchi e i potenti, e i Tredici Distretti che lo circondano, dove le persone sono schiavizzate e costrette a produrre ciò che serve agli abitanti di Capitol City. In ognuno dei Distretti vengono prodotti esclusivamente beni di un solo genere, diverso da Distretto a Distretto (ad esempio: nel Quattro viene praticata la pesca e nient’altro, perciò tutta la merce ittica in circolazione a Capitol City proviene da qui, nell’Undici vengono raccolti soltanto il grano e la frutta, nel Dodici solo il carbone) che finisce interamente sul mercato di Capitol City. Di ciò che viene prodotto nei Distretti nulla o quasi rimane agli abitanti del Distretto (ad esempio nei Distretto Quattro e Undici, anche se vengono prodotti generi alimentari, la popolazione che vi abita ha fame come in qualsiasi altro Distretto). Settantaquattro anni prima dell’inizio di Hunger Games, gli abitanti di tutti i Distretti si ribellarono al dispotismo di Capitol City ma furono sconfitti (il Distretto Tredici, che si occupava di produrre armi, è stato raso al suolo come monito per tutti gli altri Distretti). Come ulteriore segno di sottomissione, ogni anno un ragazzo e una ragazza scelti a caso da ogni Distretto (quindi ventiquattro ragazzi in tutto) vengono presi e portati a combattere uno scontro mortale in un’arena per la gioia degli abitanti di Capitol City. I ragazzi prendono il nome di “tributi” mentre lo scontro mortale prende il nome di “Hunger Games”. Katniss Everdeen, la protagonista di Hunger Games, è il tributo femmina del Distretto Dodici e viene scelta per partecipare ai settantaquattresimi Hunger Games.

La prima menzione va di diritto agli HUNGER GAMES. Io ne ho parlato come se fosse un semplice scontro ma in realtà è più complicato di così. L’arena in cui si trovano non è una semplice distesa piana di terra ma è un luogo che varia di volta in volta: in un’edizione l’arena era un deserto, in un’altra era una landa ghiacciata, in un’altra ancora una palude, ma generalmente è un terreno boscoso con almeno un lago e diverse radure. Qui vi si può trovare di tutto: cibo, acqua, legna, sassi da usare come armi rudimentali, luoghi sicuri dove riposare, nascondersi o tendere imboscate. Ma i nemici non sono solo gli altri tributi, poiché bisogna stare attenti alle trappole piazzate sul terreno, al cibo che potrebbe essere velenoso, agli animali aggressivi che si possono incontrare ma soprattutto ala fame e alla sete (non a caso si chiamano Hunger Games). Senza contare che se l’edizione diventa “noiosa” (ovvero non muore nessuno per troppo tempo (a quanto pare alla gente di Capitol City piace vedere un diciottenne che scanna una quindicenne)) gli Strateghi possono scatenare qualche evento per movimentare i Giochi: un incendio, un’invasione di bestie feroci, una nube tossica. L’arena, ovviamente, è chiusa e delimitata da un campo di forza (ma di questo ne parlo in un altro articolo) e i tributi non possono allontanarsi. Di fatto buona parte dei tributi muore per cause naturali, quindi se un partecipante è particolarmente cauto e attento può arrivare a vincere un’edizione degli Hunger Games senza dover uccidere nessuno.

All’inizio i tributi vengono disposti in cerchio (con un raggio di molti metri, forse una trentina) a distanze regolari l’uno dall’altro. Al centro della circonferenza è posta la CORNUCOPIA, traboccante di ogni bene: armi bianche, cibo, kit medici, accendini, zaini, corde e un sacco di altra roba utile (ma non ci sono armi da fuoco). Tuttavia la maggior parte dei tributi si allontana e fugge verso l’esterno del cerchio (in quest’edizione significa fuggire verso il bosco) a nascondersi. Questo perché ci sono i Favoriti, ovvero i tributi dei Distretti Uno, Due e Quattro, che prendono possesso della Cornucopia e uccidono chiunque si avvicini. I ragazzi di questi Distretti vengono addestrati al combattimento fin da piccoli e hanno un grosso vantaggio sui tributi degli altri Distretti che al contrario non hanno il privilegio di poter essere allenati. Questa disparità è dovuta al rapporto privilegiato che i Distretti menzionati hanno con Capitol City. Come dicevo, i sei Favoriti formano un gruppo unico e prendono possesso della Cornucopia, uccidendo chiunque si avvicini (un buon numero di tributi (non i Favoriti, ovviamente) muore nei primi istanti dei Giochi nel tentativo di raccogliere qualcosa dalla Cornucopia). Nei giorni successivi i Favoriti danno la caccia e uccidono tutti gli altri tributi (un cannone spara ogni volta che un tributo muore e a fine giornata un proiettore gigante mostra tutti i caduti, per i Favoriti si tratta solo di tenere il conto di quanti ne restano). E alla fine si uccidono tra di loro. Più o meno gli Hunger Games funzionano in questo modo.

Come se non bastasse, gli spettatori possono COMPRARE oggetti per farli avere ai propri tributi preferiti. Se il tributo per cui tifano ha fame, possono mandargli un pezzo di pane, una pentola di brodo o una scatola piena di carne (dipende da quanto sono disposti a pagare). Se è ferito, possono mandargli delle bende o degli antidolorifici. Se ha sete, possono mandargli una bottiglia d’acqua. Se è disarmato, possono mandargli un coltello. Tutto quello che vogliono, insomma. Già qui mi sembra che le cose non quadrino. Katniss ci dice che comprare una cosa, anche la più insignificante, come un bicchiere d’acqua o un tozzo di pane, costa moltissimo. E comprare una cosa importante, come un’arma o una quantità abbondante di cibo, costa una cifra esorbitante. Ciò che non mi convince non è il costo degli oggetti, ma il perché ciò sia permesso. Gli Strateghi hanno deciso (e questa regola va avanti fin dalla prima edizione) di non trasmettere nell’arena il video della morte dei tributi ma di far apparire solo il suo volto in cielo del morto per non avvantaggiare nessuno facendo sapere quale tributo è entrato in possesso di quale arma. Lo fanno per non dare vantaggi “obliqui” ad altri tributi, in teoria. A me sta bene così. Ma non capisco allora perché abbiano concesso agli spettatori di pagare per far avere qualcosa a un tributo. Non è anche questo un modo per dare un vantaggio a qualcuno? Che senso ha vietare qualcosa se poi la permetti per altre vie? A questo ho trovato sei possibili soluzioni (quanto mi piace fare improbabili speculazioni!).

Numero A: Il governo ha bisogno di soldi. La cosa non mi convince del tutto perché Capitol City (e la gente che vi abita) è ricca oltre ogni limite, ma soprattutto perché ciò che il governo vuole lo prende con la forza, quindi i soldi non gli servono.

Numero B: Avidità. Più che un effettivo bisogno di denaro, ciò che spinge Capitol City a mantenere questa regola è la sete infinita di soldi che hanno i ricchi e i potenti. Forse questa è la motivazione più plausibile se vogliamo andare a cercare una causa fra le possibili critiche sociali che la Collins muove alla società (anche se non mi sembra questo il caso).

Numero C: Lo fa per dare un contentino agli abitanti di Capitol City. Poter contribuire in qualche modo alla vittoria del proprio tributo preferito (o aiutarlo nei momenti di difficoltà) è una trovata per tenersi buoni gli abitanti di Capitol City. Questa mi convince ancor meno poiché gli abitanti di Capitol City sono già abbastanza rincoglioniti di loro e non tenterebbero mai di ribellarsi, sono ormai assuefatti alla vita di lussi e sregolatezze che fanno. È più probabile che Capitol City sfrutti la frivolezza degli abitanti a proprio vantaggio, spillando loro soldi per motivi futili, e qui si torna alla possibilità numero B.

Numero D: È una metafora che significa “Capitol City può dare la salvezza”. Mi piace vedere cose dove in realtà non c’è niente (non so quanto fosse nelle intenzioni della Collins dare un tale significato a quel gesto), per cui questa possibilità la prendo in considerazione come una tra le migliori. Effettivamente tutto quadra: i Distretti sono alla mercé di Capitol City e chi si ribella viene ucciso, tuttavia chi decide si sottostare alle regole che gli vengono imposte verrà ricompensato con ciò che gli serve nel momento del bisogno. Peccato però che a comprare i beni siano i cittadini e a volte anche gli abitanti dei Distretti fanno collette per raccogliere il denaro sufficiente per aiutare i propri tributi, quindi la metafora sfuma perché perde di significato.

Numero E: È una metafora che significa “i soldi possono tutto”. Se qualcuno è disposto a pagare può ottenere ciò che vuole, infrangendo regole (“non è possibile portare nulla di esterno all’interno dell’arena”) e convenzioni comunemente accettate (“ogni tributo deve ottenere un vantaggio usando esclusivamente le proprie forze”). Anche qui critica sociale, anche qui immagino significati che forse la Collins non ha neppure preso in considerazione.

Numero F: Serve a far quadrare le cose con Katniss. Katniss ha fame? Arriva da mangiare. Katniss si è ustionata? Arriva la crema per le bruciature. Katniss sta soffrendo? Arriva un antidolorifico. Quella di poter pagare per far avere qualcosa a qualcuno sembra (ma sembra e basta, eh!) quasi una regola inventata ad hoc per i bisogni di Katniss. Quando le serve qualcosa, passano dieci secondi e le arriva. A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina. Potrei quasi dire che questa è l’opzione più probabile tra tutte, prendendo in considerazione il livello generale di scrittura della Collins, ma non lo farò. Lascerò al Lettore trarre le proprie conclusioni.

Torniamo alle meccaniche degli Hunger Games. In ogni arena sono istallate TELECAMERE (buone per riprendere in ogni momento la vita dei tributi) e MICROFONI (un’idea non eccezionale, visto che i rumori ambientali finirebbero per coprire le voci dei tributi nel 90% dei casi (senza contare che i tributi non è che abbiano tanto da dirsi)) ovunque che permettono agli Strateghi di poter monitorare i tributi in ogni istante. Inoltre permettono di riprendere la morte di ogni tributo in modo nitido, e questo fa piacere agli abitanti di Capitol City. Sono state istallate anche numerose TRAPPOLE che gli Strateghi possono attivare in qualsiasi momento (ad esempio in questa edizione gli Strateghi fanno scoppiare un incendio) per movimentare i momenti di stanca. Devo ammettere che l’idea delle trappole non mi ha entusiasmato. È vero che possono movimentare i momenti di stanca (quindi immagino che questa sia la soluzione della Collins al problema della gente che non si ammazza) ma è anche vero che non tutte devono essere attivate dagli Strateghi. Ad esempio, i nidi di aghi inseguitori o le bacche velenose. Che senso ha mettere dei ragazzi in un arena affinché si uccidano l’un l’altro se poi più della metà muore di fame, di freddo, cadendo male da un albero o avvelenato da qualcosa che ha mangiato? [Edit. Qui avevo proposto della alternative interessanti ma ho deciso di spostarle nel secondo articolo, quello sulla trilogia, perché non inerenti alla recensione del primo romanzo.]

Gli Strateghi (e la Collins, nell’immaginarlo) hanno fatto un lavoro accettabile con i Giochi da un punto di vista tecnico. Non dico “buono” perché diverse cose non mi quadrano (ma forse è solo un problema mio). Purtroppo la Collins ha deciso che le regole, regole che non solo hanno settantaquattro anni (e quindi dovrebbero essere ormai già “collaudate” da parecchio), ma che dovrebbero essere granitiche, possono invece essere MODIFICATE in qualsiasi momento, a discrezione degli Strateghi, rendendo tutto molto meno professionale.

Questa infatti è un’altra cosa che mi ha lasciato perplesso. La regola che ha dominato gli Hunger Games per le precedenti settantatré edizioni (quindi fin troppe per pensare di cambiarle all’improvviso) è che solo un tributo può vincere. Tuttavia a metà di questa edizione Claudius Templesmith (l’annunciatore) dice che le regole sono cambiate e che possono vincere entrambi i tributi di uno stesso Distretto se sono loro gli ultimi due a rimanere vivi nell’arena. Una trovata discutibile sotto più punti di vista. In primis, perché la Collins è fissata con le apparenze e col dare  significati nascosti a cose che un significato non lo hanno (su questo punto avrò modo tornare più avanti per analizzarlo meglio (forse nell’articolo in cui parlo dell’intera trilogia) perché per la Collins è talmente importante che fa agire i personaggi in funzione di Incredibili Quanto Evidenti Significati Impliciti, evidenti solo a lei). In questo caso, il fatto che le regole degli Hunger Games possono essere cambiate fa sembrare i Giochi meno mortali e invincibili (e quindo gli abitanti dei Distretti temeranno di meno l’autorità di Capitol City). Insomma, basta dire che Katniss e Peeta sono innamorati per far tremare le fondamenta stesse dei Giochi al punto da spingere gli Strateghi a cambiare la primissima regola: questo non mi sembra proprio un modello rigido, perfetto e invincibile. Se vogliono sembrare smidollati davanti agli occhi di tutta Panem, questo è il modo migliore per farlo. Senza contare che far vincere due tributi dopo che per settantaquattro anni ne hanno fatto vincere solo uno creerà un’ondata di malcontento tra i Distretti (che Capitol City dovrebbe cercare di tenersi buoni) che per anni hanno visto morire uno (o addirittura entrambi) dei propri due tributi. E non è che ora i Distretti siano contenti ma sono sempre sull’orlo della rivolta. Non mi è sembrata una mossa intelligente da parte degli Strateghi, che invece dovrebbero essere intelligenti (forse i più intelligenti ed esperti di tutta Capitol City, visto il lavoro delicato che devono fare).

Già che parliamo di significati e implicazioni logiche, mi sento in dovere di soffermarmi sul CONCETTO stesso di Hunger Games. Per Capitol City i Giochi sono importanti per due motivi: (1) perché offrono uno spettacolo unico agli abitanti cerebrolesi di Capitol City e (2) perché ricordano ogni anno ai Distretti chi è che comanda. Sinceramente non mi sembra una cosa molto intelligente. Innanzitutto i cittadini dei Distretti vivono malissimo perché sia i bambini sia gli adulti sono costretti a lavorare con orari di assurdi (tipo dieci ora al giorno, senza pausa), la sicurezza sul lavoro non sanno neanche cosa sia e le assicurazioni non esistono. Nel tempo libero sono sorvegliati da guardie sempre pronte a punire (anche con la morte) ogni insubordinazione o violazione delle regole (anche la più piccola). Soffrono la fame, la povertà, il freddo e il caldo, non hanno ospedali né medicine, e non hanno svaghi di nessun genere visto che Capitol City ha praticamente vietato tutte le attività ludiche, sport inclusi. Già questa mi sembra una situazione abbastanza disperata di suo e non credo che gli abitanti siano così stupidi da non capire che Capitol City sia il padrone mentre loro al suo servizio. Come se ciò non bastasse, ogni anno due bambini (un maschio e una femmina) vengono presi a forza e messi in un arena ad ammazzarsi (ricordando poi il discorso sui Favoriti è chiaro che le possibilità di rivedere i propri figli, se non si fa parte dei Distretti dei Favoriti, sono molto basse) e i genitori (come tutti gli altri abitanti dei Distretti, del resto) vengono costretti a guardarli. Sembra quasi che si stiano cercando una rivolta. Anche perché SPOILER: sanno che il Distretto 13 non è stato veramente distrutto (gli altri Distretti pensano di sì, ma i capi di Capitol City conoscono la verità), che è armato fino ai denti, che sta mettendo su un esercito e che vuole vendetta. È ovvio che prenderanno al volo la prima occasione buona per scatenare una rivoluzione e Capitol City, maltrattando gli abitanti degli altri Distretti sta (1) andando incontro alla propria fine e (2) fornendo un mucchio di alleati al Distretto 13. Non mi sembra affatto un comportamento intelligente da parte loro.

Invece la parte che precede gli Hunger Games, la FASE PREPARATORIA, è secondo me la parte dove la Collins dà il meglio (e il peggio) di sé. I Giochi sono concepiti come una sorta di reality show nel quale i concorrenti quando vengono eliminati lo sono davvero. E come in tutti i reality show (almeno credo) c’è una parte preliminare in cui vengono presentati i partecipanti, vengono fatti sfilare e vengono intervistati. Per la gente di Capitol City è una cosa normale, necessaria anzi, fatta per far conoscere chi è che andrà a combattere nell’arena, in modo che le persone non siano costrette a tifare per degli sconosciuti (com’è premurosa mamma Capitol City). Ma guardando con attenzione ciò che è in realtà si può notare quanto tutto sia assurdo: i tributi (che, ricordo, possono avere dai dodici ai diciotto anni) finiranno ammazzati eppure alle persone piace vederli sfilare in abiti eleganti, sentirli parlare di sé e della vita che facevano nei Distretti prima di essere sorteggiati e vogliono che ogni tributo trovi almeno un motivo valido che li convinca a farli parteggiare per loro. Ma soltanto uno di quei ventiquattro tornerà a casa, gli altri moriranno da lì a pochi giorni (l’addestramento dura tre giorni e poi, pronti o no, vengono portati tutti nell’arena). Sentite quanto tutto ciò sia assurdo? Ebbene, per gli abitanti di Capitol City non è affatto assurdo. Trovano molto più assurdo, per esempio, che qualcuno indossi vestiti che andavano di moda l’anno precedente. Questa è CRITICA SOCIALE che la Collins fa alla società americana nella quale la gente perde la testa per cose frivole mentre non ha il minimo riguardo per la vita degli altri. La critica sociale, se fatta bene, è sempre ben accetta, anche se non fondamentale. Tuttavia, c’era del grosso potenziale in tutto questo e poteva venire fuori una critica sociale con i fiocchi, ma la Collins si adagia un po’ sugli allori e, passatemi l’espressione, non pigia sull’acceleratore come dovrebbe, e la critica finisce per perdersi tra le pagine. Quella che poteva essere una buona opportunità viene accantonata, messa in ombra dall’eccessiva attenzione che la Collins pone su Katniss, sui suoi abiti, su Peeta e sulle di lei emozioni.

Mentre su un piatto della bilancia abbiamo una critica sociale quasi ben fatta, sull’altro abbiamo delle REAZIONI SBALLATE da parte dei tributi, che riporta l’ago di nuovo al centro (anzi, forse un pochino verso il rosso). In una situazione come questa (quella dei Giochi, intendo), la maggior parte delle persone darebbe di matto e tenterebbe il suicidio. In Hunger Games, invece, tutto questo non succede. I partecipanti rimangono sempre compostissimi e si sottomettono volentieri alle assurde usanze dei giochi: si fanno truccare e vestire, sfilano sorridenti per le strade e affrontano le interviste con ironia arrivando a fare delle simpatiche gag con il conduttore. Ma ti pare? Io penso che passerei metà del tempo a vomitare e l’altra metà svenuto (ammesso che non ci scappi l’infarto). Molti altri proverebbero a suicidarsi visto che i tributi hanno accesso ai coltelli anche quando sono fuori dalla zona d’allenamento, e non mi riferisco solo alla sala mensa (che sembra un ristorante a cinque stelle) ma anche in camera dal momento che possono ordinare il cibo da un qualsiasi ristorante e farselo inviare tramite un apposito condotto (basta ordinare una bistecca e il coltello arriva). Aggiungo anche che loro non hanno la sorveglianza in camera, vi sono solo delle telecamere. Quindi un eventuale suicida potrebbe chiudersi dentro e avere tutto il tempo di tirarsi una coltellata. Ma non solo: potrebbero tentare una fuga (magari non riuscirebbero ad arrivare lontano, ma tentar non nuoce), oppure prendere le armi del centro di addestramento e ammazzare più gente possibile (della serie: “Se andrò all’Inferno, voi verrete con me!”) e tante altre cose. Che nessuno fa, perché si limitano tutti a sorridere a chiacchierare allegramente come dei babbei. Non si respira per nulla la tensione che invece dovrebbe essersi e questa è la cosa peggiore.

Passiamo ora alla LOVE STORY. Fin dalla prima pagina vediamo Katniss fianco a fianco con un palestrato, bellissimo e maturo Gale, compagno di caccia di Katniss. Il primo incontro fra il lettore e Gale è con queste parole:

Nei boschi mi aspetta l’unica persona con cui posso essere me stessa. Gale. Sento i muscoli della faccia che mi si rilassano e il passo che accelera, mentre salgo le colline fino al nostro posto preferito, […]

e in questo esatto punto è chiaro che il buon Gale diventerà il love interest di Katniss, ma per ora mettiamolo da parte. Nel momento in cui vengono sorteggiati i nomi dei tributi del Distretto 12 (c’è un’apposita cerimonia tenuta in presenza di tutti gli abitanti radunati in piazza) mi sarei aspettato una banalissima accoppiata Katniss-Gale per portare il loro amore/amicizia (neanche loro sono in grado di dire se sono fidanzati o soltanto molto amici) nell’arena per avere siparietti romantici sparsi per tutto il libro. E Invece no! Incredibile Colpo di Scena! Katniss viene comunque sorteggiata per vie traverse (viene chiamata la di lei sorella minore, Prim, e Katniss si offre come tributo al suo posto: in pratica è come se fosse stata scelta Katniss, solo che in questo modo ha fatto la figura dell’eroina già dal primo capitolo), mentre l’altro nome estratto è quello di Peeta, il figlio del fornaio. Gale non ha manie di protagonismo e non si offre al suo posto, dunque l’accoppiata finale è Katniss-Peeta. Katniss-Peeta sarebbe una buona scelta, in effetti, meno scontata di Katniss-Gale. Sarebbe, dico, in linea teorica. Peccato però che Peeta sia innamorato di Katniss e che Katniss si innamori di Peeta durante il viaggio. In pratica la Collins ha inserito comunque una storia d’amore in mezzo agli Hunger Games. E non solo, ha fatto di peggio. In questo modo non è più una semplice storia d’amore ma diventa un TRIANGOLO d’amore!

(La reazione di Gale al ritorno di Katniss. Inizialmente non si accorge che la donzella è in compagnia di Peeta.)

Rendiamoci conto: mentre Katniss è nell’arena e corre il pericolo di morire da un momento all’altro, si mette a pensare a chi ama di più fra Peeta e Gale! Perché, Collins, perché mi fai questo? Io voglio vedere violenza fisica e psicologica! E invece mi devi ammorbare con i sentimenti di Katniss. Senza contare che il lettore, nel momento in cui Katniss riflette sulla sua ingarbugliata relazione con Gale e sui nuovi e strani sentimenti che prova per Peeta ma che ancora non riesce a riconoscere, viene sbalzato fuori dalla narrazione. Insomma, a me non frega nulla di nessuno dei due, come può reggere la mia immedesimazione in Katniss quando lei parte per la tangente e mi spara tre paragrafi consecutivi di sentimenti che io, lettore, non provo (e non mi interessa provare)? Non è una buona scelta, non vi pare? Probabilmente se fossi stato una ragazza avrei avuto meno problemi su questo fronte, ma l’errore rimane della Collins che ha scelto di rivolge il suo libro a una fetta ristretta di pubblico (quello femminile) piuttosto che a una più ampia (quello maschile e quello femminile insieme).

E ora arriviamo al limite più grande (che è anche la più grande pecca) di Hunger Games: la MANCANZA DI CORAGGIO. Sembra quasi che la Collins abbia paura di scavalcare la barricata che separa i romanzi per ragazzi da quelli per adulti. È vero che Hunger Games è un young adult, ma è anche vero che il rating viene dato a opera conclusa, non prima che venga scritta. Se Hunger Games è un young adult è perché la Collins l’ha pensato in questo modo. E ha sbagliato alla grande. Qualche paragrafo fa parlavo del fatto che nessuno tenti azioni estreme durante le fasi preparatorie dei Giochi: non è questa una forma di mancanza di coraggio? Perché nessuno fa niente per opporsi? Forse perché a loro la cosa in fondo in fondo piace? Certo che no. il motivo è che la Collins non ha avuto il coraggio di osare, di far fare qualcosa ai personaggi in scena che implicasse una complessità psicologica o che potesse lasciare un’impressione troppo forte nel lettore. E questa mancanza si vede in molti punti (ne citerò un paio che secondo me sono molto significativi). Katniss si vedrà costretta ad uccidere più volte durante la sua permanenza dell’arena ma non lo farà mai. Tuttavia, a cavallo fra il capitolo 17 e il 18, succede questo: Katniss vede morire una sua amica per mano di un altro tributo, si arrabbia e lo uccide. Riporto la scena dell’omicidio:

Il ragazzo del Distretto 1 muore prima di riuscire a estrarre la lancia [è infilata nel corpo del tributo che ha appena ucciso]. La mia freccia si conficca profondamente al centro del suo collo. Lui cade in ginocchio e dimezza il tempo di vita che gli rimane tirando fuori la freccia e affogando nel suo stesso sangue.

A parte il fatto che la scena è descritta malissimo (nella prima riga la Collins dà al lettore l’immagine del ragazzo morto, nella terza il ragazzo è ancora vivo e si muove… magari le scene andrebbero raccontate in ordine temporale, non ti pare, Suzanne? Provate a rileggere l’estratto a partire dalla seconda frase, poi proseguite con la terza e infine tornate alla prima. Scommetto che ha più senso letto in quest’ordine), riusciamo a capire che il ragazzo è stato, senza dubbio alcuno, ucciso da Katniss. Giusto? Tutti d’accordo? Credo sia evidente la cosa, no? Bene, sappiate che la Collins non parlerà mai più di questo omicidio (perché di omicidio si tratta). Verrà totalmente dimenticato, sia da Katniss sia dalla Collins. Se la Collins fosse un scrittrice con i fiocchi (cosa che non è) potrei accampare qualche supposizione del tipo: “è vero che Katniss ha ucciso una persona, ma ciò che ha fatto, il gesto stesso, è talmente scioccante per lei che la sua coscienza ha fatto in modo di dimenticarla relegandola al subconscio, più o meno come succede con i traumi”. Peccato però che in Katniss non rimane proprio nessuna traccia di ciò che ha fatto, anzi, non avrà problemi nel veder morire altre persone né nell’uccidere. Come me lo spieghi tutto questo, Suzanne?

Il secondo esempio è quello della regola dell’unico sopravvissuto. Pensate che shock sarebbe stato per Katniss dover uccidere Peeta, il ragazzo che le regalò un pezzo di pane e la salvò dalla fame, il ragazzo che dichiarò il suo amore per lei davanti alle telecamere, il ragazzo che la ama davvero e non deve fingere (diversamente da lei) per fare pietà agli sponsor sperando che in questo modo le compreranno qualcosa di prezioso. Sarebbe stato bello da vedere e avrebbe implicato risvolti psicologici per nulla banali. Non lo so, sarò sadico io ma non vedevo l’ora di arrivare al faccia a faccia tra i due per vedere come avrebbero reagito. Invece no, non accade nulla del genere. La Collins se la fa addosso e decide di cambiare le regole a metà evento per farli vincere entrambi. SPOILER: Poi però ci ripensa e quando rimangono Katniss, Peeta e un terzo concorrente più morto che vivo la regola torna a essere quella dell’unico vincitore (ma non preoccupatevi, è un barbatrucco!). Katniss e Peeta non hanno il coraggio di uccidersi a vicenda e tentano un doppio suicidio con bacche velenose. Vedendo che fanno sul serio, Claudius annuncia che le regole sono cambiate ancora (tre volte in un’edizione, rendiamoci conto!) e che hanno vinto entrambi. Evviva gli sposi! Questo non mi sembra affatto un comportamento corretto, né tantomeno audace. E dico “corretto” perché la Collins ci aveva presentato gli Hunger Games come un gioco mortale in cui solo uno vince e gli altri muoiono. Non sono io che faccio le regole né le contesto in alcun modo, ma pretendo che quantomeno l’autrice le rispetti visto che le ha dettate lei.

Già che ci sono parlo anche del finale del libro perché non mi ha convinto del tutto. SPOILER: L’espediente delle bacche mi ha lasciato assai perplesso. Nel paragrafo precedente, sempre nello SPOILER, parlavo di un doppio suicidio con delle bacche, ma in realtà non è andata proprio così. Katniss, sapendo che gli Hunger Games devono avere un vincitore (dove sta scritta questa cosa?), prende una manciata di bacche velenose e propone a Peeta un finto doppio suicidio. Katniss sapeva che Claudius avrebbe interrotto i Giochi prima che loro due morissero, e di fatto questo è ciò che accade: Claudius si affretta a dire che hanno vinto entrambi prima che ingoino le bacche, e che gli Hunger Games si concludono con due vincitori. Non ho la più pallida idea di chi abbia detto a Katniss (o come le sia passato per la testa se è un’idea sua) che Claudius li avrebbe fermati. Capitol City non si fa scrupoli a prendere dodicenni e mandarli a morire in incendi artificiali scatenati da loro, quindi perché dovrebbe spaventarsi per il gesto di Katniss? Non riesco a capire questa assoluta necessità di avere un vincitore ai Giochi. Anche perché, in termini di audience, un doppio suicidio d’amore vale mille volte un salvataggio in extremis, soprattutto per gli abitanti di Capitol City che non vedono l’ora di vedere ragazzini squartarsi tra loro, essere sbranati da bestie feroci o sciogliersi in un una colata di lava. Mi è sembrata un po’ una scorciatoia della Collins che non sapeva in che modo far sopravvivere entrambi (perché lei, ovviamente, aveva già deciso che sarebbero sopravvissuti entrambi).

2. PERSONAGGI

KATNISS EVERDEEN: la protagonista della storia. È una maledettissima Mary Sue e bisogna dirlo. Non solo è forte nel fisico, nello spirito e nella mente, ma è anche bella, muscolosa e atletica, simpatica, premurosa e altruista (anche se nessuno di questi ultimi aspetti emerge leggendo il romanzo, semplicemente è la Collins che ce lo dice e noi dobbiamo crederle sulla parola), coraggiosa, piena di talenti e di risorse. E canta anche benissimo (nonostante non abbia preso mezza lezione di canto), tanto che ogni volta che inizia a cantare tutti gli uccellini della foresta le vengono intorno per ascoltarla (suvvia, Suzanne, un po’ di contegno, per favore!).

(Da notare l’espressione intelligente. Non riuscite a cogliere il velo di ansia e apprensione nel suo sguardo?)

Tutti la prendono in simpatia all’istante perché ha un carisma invidiabile e tutti quelli che la incontrano non possono più fare a meno di pensare a lei. Ovviamente Katniss è la cosa più odiosa che incontrerete in 370 pagine di romanzo. Manco a dirlo la Collins ne tesse le lodi a ogni pie’ sospinto, ma l’immagine che ne emerge è tutt’altra: Katniss è egocentrica ed egoista, suscettibile e permalosa, facile all’ira e sempre pronta ad attaccare briga con chiunque (compresi Gale, Peeta, il mentore e la madre depressa). E nonostante tutto io la definirei anche svampita, perché in una situazione di vita o di morte come gli Hunger Games mettersi a riflettere su chi si ama di più se un ragazzo o un altro non è proprio una cosa sveglia. Senza contare che lei arriva a Capitol City piena d’odio giurando vendetta ma basta mostrarle un armadio pieno di vestiti costosi o che i parrucchieri le facciano un acconciatura ricercata e le torna il sorriso. Prima fa tanto la sostenuta facendo finta di essere una dura con frasi tipo “non so che farmene di vestiti belli, l’unica cosa che voglio è un arco”, poi resta ferma per quaranta minuti affinché lo stilista prenda tutte le misura e quando le fa indossare l’abito è addirittura felice. Pronto, Katniss, ci sei? Stai andando ala mattatoio, ricordi? O ce lo siamo dimenticato? Ora devo riportare un paio di estratti dell’intervista fatta a Katniss (non la quoto tutta, altrimenti morireste di noia):

— Allora, Katniss, Capitol City dev’essere un bel cambiamento rispetto al Distretto 12. Cos’è che ti ha colpito di più da quando sei arrivata qui? chiede Caesar.
Cosa? Cos’ha detto? È come se le parole non avessero senso.
Ho la bocca secca come segatura. Cerco disperatamente Cinna tra il pubblico e fisso lo sguardo su di lui. Cos’è che ti ha colpito di più da quando sei arrivata qui? Mi scervello per trovare qualcosa che mi abbia reso felice qui. Sii sincera, penso. Sii sincera.
— Lo stufato di agnello mi esce.

Scene prese da uno stupido talk show americano. Grazie Suzanne. A parte questo, quanti di voi hanno visto quanto sia una dura Katniss, la donna che si è presa la famiglia sulle spalle a dieci anni quando il padre è morto in miniera e la madre è caduta in depressione? Mi sembra una normalissima (e anche impacciata) ragazza di sedici anni, non vedo un briciolo di maturità in lei. Come non vedo un briciolo di odio per Capitol City. E tutto sommato la tensione di Katniss non è neanche eccessiva, è solo un po’ spaventata dalle telecamere accese e dal pubblico in sala. Tanto che, pochi minuti dopo:

Cinna, amico mio, questo glielo direi comunque. Ho pensato che Cinna era fantastico e che quello fosse il costume più spettacolare che avessi mai visto e che non potevo credere di essere io a indossarlo. Non riesco nemmeno a credere di essere io a indossare questo [repetita iuvant? ma anche no] Sollevo la gonna e la allargo. Insomma, guardatelo!
Fra gli ooh e gli aah di sorpresa del pubblico, vedo Cinna muovere impercettibilmente [se il movimento è impercettibile come ha fatto Katniss a vederlo?] il dito in senso circolare. So cosa vuol dire. Fa’ una piroetta per me.
Faccio un giro su me stessa una volta e la reazione è immediata.
—Oh, fallo ancora! dice Caesar. Così sollevo le braccia e giro e giro lasciando volare la gonna, lasciando che il vestito mi avvolga nelle fiamme [il vestito è fatto in modo da somigliare a un fuoco acceso]. Il pubblico esplode in un’ovazione. Quando smetto di piroettare, mi aggrappo al braccio di Caesar.
—Non fermarti! esclama.
—Devo fermarmi, mi gira la testa! Sto anche ridacchiando, cosa che non credo di aver mai fatto in tutta la mia vita.

Che qualcuno la abbatta. Mi sembra che stia prendendo la storia dei Giochi con molta filosofia. Forse un po’ troppa, ma va be’. Sembra di vedere un film di Barbie. Insomma, Katniss sta per essere mandata a morire e a cosa pensa? Vestiti belli! Se fosse in una situazione normale (ovvero non un tributo per gli Hunger Games), potrei capire la sua gioia, ma considerata la situazione in cui si trova mi sembra che stia prendendo la cosa sottogamba. Poi venitemi a dire che non è scema.

PEETA MELLARK: co-protagonista della storia. Il suo ruolo è, udite udite, quello della Damigella in Periglio, e ora vi spiego perché:  Peeta è il povero scemo di turno innamorato follemente della protagonista, è Buono Dentro (come i Tronky) e si lascia abbindolare da chiunque, è estremamente onesto e non ingannerebbe mai qualcuno sapendo di ingannarlo, è anche molto bravo a cucinare e dipingere, sa come gestire una casa e di professione fa il fornaio. Purtroppo per lui non è molto forte (e non ha il coraggio/forza di uccidere nessuno nell’arena) perciò è costretto a nascondersi (con questo espediente SPOILER: dal momento che fa le torte ed è bravo a decorarle, è di conseguenza (secondo l’impeccabile logica della Collins) automaticamente bravo nella pittura mimetica e, avendo a disposizione fango e foglie, riesce a mimetizzarsi talmente bene che Katniss lo acciacca senza capire cosa abbia pestato e lo vede solo quando lui apre gli occhi… LOL?) fino a che non arriva Katniss a salvargli la vita. Peeta sarà praticamente inutile per tutta la durata dei Giochi (tranne nella primissima parte dove fa qualcosa di molto SPOILER che non sto ora a rivelarvi) e arriverà vivo alla conclusione solo grazie alla presenza di Katniss, unica vera eroina del romanzo, che gli salverà la vita almeno tre volte. Ma Peeta ha anche un ruolo secondario: quello di Oggetto del Desiderio. Il fornaio infatti è bello, in gamba, simpatico, dolce e fortissimo e pare uscito da un otome game. Dunque Katniss se ne innamora e lo vuole affianco a sé a ogni costo. Provate ora a immagine un ribaltamento dei sessi: Katniss è l’eroe, duro, coraggioso, in grado di affrontare qualunque pericolo, mentre Peeta è la giovane fanciulla innamorata, semplice, onesta, oggetto del desiderio del protagonista e che deve essere salvata dai pericoli perché è debole e delicata come fiore. Se così fosse, questo romanzo verrebbe accusato di maschilismo estremo, di dare l’immagine della donna debole e sottomessa all’uomo, che non può sopravvivere senza la sua controparte e che viene vista come una semplice ricompensa più che come un essere umano; d’altro canto l’uomo è colui che risolve i problemi, l’unico in grado di offrire protezione agli altri, soprattutto alle donne perché lui è il sesso forte. Scommetto che non avevate mai visto Hunger Games sotto questa luce, nevvero?

HAYMITCH ABERNATHY: un uomo di mezz’età che ha vinto una precedente edizione degli Hunger Games. Chi vince gli Hunger Games diventa l’allenatore, il “mentore” come viene chiamato nel romanzo, dei ragazzi che vengono scelti nelle edizioni successive. Haymitch sembra il veterano di guerra del Vietnam medio: dorme con il coltello, è costantemente ubriaco, non ha una famiglia e non è interessato ad avere rapporti con altri esseri umani, l’interno della casa è in soqquadro (specchio del suo disordine mentale), all’esterno ci sono solo piante secche e erbaccia incolta, tratta tutti con arroganza e ogni occasione è buona per sputare contro Capitol City che lo ha reso ciò che è diventato.

(Haymitch durante la sua attività ludica preferita: la sbronza. Haymitch è quello reclinato all’indietro.)

Tutto sommato è un buon personaggio, anche se non originalissimo, e attira subito la simpatia (o la pietà?) del lettore. L’unica caduta che ha è per colpa di Katniss (manco a dirlo) e risale alle prove di intervista che i due fanno, con Haymitch che si finge Caesar (lo ricordate? l’ho nominato nel paragrafo in cui parlo di Katniss (sì, lo so che parlo di Katniss in ogni paragrafo, io mi riferivo al paragrafo dedicato esclusivamente a lei)). Haymitch cerca di darle dei consigli, come quello di fingersi interessante per attirare l’attenzione di eventuali sponsor. Prima cerca di farla sembrare sensuale, ma la cosa non funziona. Poi prova a farla sembrare simpatica, ma Katniss è simpatica come una pietra tombale. Poi succede questo:

— Bene, basta così dice. [è Haymitch che parla] Dobbiamo trovare un’altra prospettiva. Non solo sei ostile, ma non so niente di te. Ti ho fatto cinquanta domande e non sento ancora la tua vita, la tua famiglia, quello che ti sta a cuore. Vogliono conoscerti, Katniss.
Ma io non voglio che mi conoscano! Si stanno prendendo il mio futuro! Non possono avere anche le cose più importanti del mio passato! [le ultime parole famose…]
Allora menti! Inventati qualcosa! esclama Haymitch.
Non sono brava a mentire ribatto.
Be’ farai meglio a imparare in fretta. Hai il fascino di una lumaca morta mi rimbecca Haymitch.
Ahi. Questa fa male. Persino Haymitch si accorge di essere stato troppo brutale, perché il suo tono si ammorbidisce.

Oh no! Hai dato della “lumaca morta” a Mary Sue? Mostro! Lestofante! Come hai potuto? Verrai impiccato e dato alle fiamme per questo!

No, sul serio, “lumaca morta” non è “troppo brutale”. Vorrei farvelo io un esempio realistico di “troppo brutale” ma non mi sembra il caso di lanciarmi in turpiloqui, sono sicuro che il Lettore sarà in grado di figurarsi pesanti accuse degne di essere definite “troppo brutali” anche da solo. ^_^ Volevo solo far notare che Haymitch, quello che fa la prima apparizione pubblica ubriaco davanti alle telecamere vomitando accuse contro Capitol City e sulla balordaggine degli abitanti e dei loro governatori, vomitando (questa volta in senso letterale) e svenendo cadendo giù dal palco, si lascia prendere dai sensi di colpa per aver dato della “lumaca morta” a Katniss dopo che lai ha dimostrato ampiamente di meritarsi insulti ben peggiori. Non vi sembra un tantino out of character? Però nessuno può permettersi di insultare una Mary Sue e farla franca.

Gli altri personaggi sono solo COMPARSE: la madre e la sorella compaiono solo nei primi capitoli e in qualche flashback sul passato che Katniss ha a Capitol City e nell’arena. La stessa storia vale per Gale, leggermente più presente nei primi due capitoli mentre un po’ meno nei flashback nei capitoli successivi, tuttavia occupa una fetta dei pensieri di Katniss quando lei è nell’arena perché, come ho detto, lei pensa all’amore anziché alla guerra (che sia una hippy?). Effie, Cinna e lo staff dei preparatori compaiono solo nella fase preparatoria che precede i Giochi, quindi per brevissimo tempo. Non sono personaggi sviluppati come si deve anche se ognuno ha qualcosa che lo distingue dagli altri (tipo un marker fisico o comportamentale). I primi tre che ho nominato avranno molto più spazio nei due romanzi successivi (il terzo in particolare) mentre Cinna nel secondo farà qualcosa che gli fa meritare una menzione speciale. Tuttavia di questo ne parlerò nell’articolo dedicato all’intera trilogia.

Merita una menzione di disonore MADGE, la figlia del sindaco del Distretto 12. Devo descrivere meglio la situazione per farvi capire perché Madge si meriti una menzione di disonore. Katniss e Gale perdono molto tempo andando a caccia e raccogliendo erbe e frutti oltre il recinto (i Distretti sono circondati da una rete metallica elettrificata per impedire che la gente esca, ma nel Distretto 12 è spenta e Katniss può entrare e uscire senza problemi) perché dentro vi è poco e niente da mangiare. A volte riescono a trovare una discreta quantità di fragole che vendono al sindaco golosone. Nel primo capitolo, Katniss e Gale hanno appena raccolto un mucchio di fragole e vanno dunque dal sindaco. Apre la porta Madge, la di lui figlia. Segue immancabile infodump di presentazione in cui ci viene detto che Madge e Katniss passano il tempo insieme a scuola perché né l’una né l’altra hanno delle amiche (anche se mi risulta difficile credere che una ragazza carina, simpatica e ricca come Madge (così ci viene descritta) non abbia neanche un’amica). Tuttavia Katniss non la considera davvero un’amica, quanto qualcuno con cui passare il tempo anziché stare da sola. Dopodiché Madge sparisce dalla circolazione, solo per riapparire a metà del capitolo tre: Katniss è stata scelta per partecipare agli Hunger Games e si trova in una saletta dove chi vuole può andare a farle visita prima che parta per Capitol City. Riporto il pezzo:

Il mio ospite successivo è altrettanto inaspettato. Madge viene dritta verso di me. Non è né emozionata né evasiva, anzi, il suo tono ha un’urgenza che mi sorprende. Nell’arena avrai il permesso di indossare una cosa che viene dal tuo distretto. Una cosa che ti ricorda casa. Vuoi portare questa? Mi tende la spilla d’oro tonda che prima aveva appuntata sul vestito. Non l’avevo guardata con attenzione, ma ora vedo che contiene un piccolo uccello in volo.
— La tua spilla? chiedo. Avere un portafortuna del mio distretto è praticamente l’ultimo dei miei pensieri.
— Vieni, te la metto, va bene? Madge non aspetta la mia risposta. Si limita a chinarsi e ad assicurare la spilla con l’uccello al mio vestito. Prometti che la metterai nell’arena, Katniss? chiede. Lo prometti?
— Sì dico. Biscotti. Una spilla. Ricevo regali di tutti i tipi, oggi. Madge me ne dà un altro. Un bacio sulla guancia. Poi se ne va e io resto sola, pensando che forse Madge è stata davvero mia amica, in tutto questo tempo.

A parte il fatto che è tutto talmente Raccontato da dar fastidio, ma avete ben capito che succede? Arriva Madge, che per Katniss è solo una conoscente, ricordiamolo, e le appioppa la famosa spilla con la ghiandaia imitatrice che la renderà famosa. Ma non si limita a dargliela come portafortuna (cosa che sarebbe sembrata normale), gliela appioppa di forza, “con urgenza” usando le parole della Collins, e quasi le ordina di indossarla nell’arena. Magari Katniss vorrebbe portarsi qualcosa che le ricordi la famiglia o Gale. E invece no, DEVE portare la spilla di Madge, altrimenti lei le brucia la mamma. Non le dice un “buona fortuna”, un “cerca di vincere”, un “io tiferò per te”, niente. Arriva, le molla la spilla e se ne va senza neanche salutarla. È l’intervento più Deus Ex Machina che abbia mai letto! Tanto da meritarsi la menzione di disonore.

3. SCRITTURA

La prima cosa che salta all’occhio leggendo Hunger Games è l’IPPPS. Anche se a prima vista IPPPS può sembrare una brutta malattia a trasmissione sessuale, in realtà è l’acronimo di Indicativo Presente Prima Persona Singolare. In sostanza voglio dire che Hunger Games è scritto in prima persona. Ho sempre avuto problemi con l’IPPPS perché lo trovo trovavo un modo di scrivere da dilettanti. Ogni volta che mi capitava di leggere un “io prendo”, “io dico”, “io faccio” chiudevo il libro senza pensarci due volte. Poi mi sono accorto, col tempo, che la narrazione in prima persona offre molte opportunità. Magari ne parlerò in un altro articolo, non so, non mi sembra il caso di mettermi a fare digressioni in questa recensione perché voglio limitarmi a parlare del romanzo. Dico solo che ultimamente ho rivalutato la scrittura in prima persona perché permette un maggior coinvolgimento del lettore e offre la possibilità di un’introspezione psicologica molto superiore rispetto alla narrazione in terza.

Tuttavia in Hunger Games tutto questo non succede. L’INTROSPEZIONE PSICOLOGICA innanzitutto è come se non ci fosse. I pensieri di Katniss sono facilmente prevedibili: quando è nell’arena le torna in mente la famiglia, la notte prima degli Hunger Games è così spaventata da non riuscire a dormire, durante i giorni che precedono l’ingresso nell’arena è agitata, tesa, spaventata e arrabbiata con Capitol City. Insomma, tutte emozioni che proverei anch’io se mi trovassi in quella situazione. Non c’è nulla di originale o di mai visto prima o di così esasperato da meritare di essere detto. Non è obbligatorio tirare fuori dei pensieri inusuali (anche se farebbe un certo effetto un romanzo in IPPPS con il POV di un maniaco omicida psicopatico). Tuttavia non è questo il problema. Il vero problema è che non ci sentiamo davvero nella testa di Katniss. La narrazione in prima persona permette di non filtrare affatto i pensieri e le sensazioni del protagonista, ma di scrivere tutto come un flusso continuo e senza stacchi di sensazioni e avvenimenti. Ad esempio, nell’ultima riga dell’ultima citazione che ho riportato si legge: “Poi se ne va e io resto sola, pensando che forse Madge è stata davvero mia amica, in tutto questo tempo”. Scritto in questo modo sembra di parlare con Katniss e non di essere Katniss. La sensazione è quella di una ragazza che racconta quello che le è successo, o quella di leggere un diario in cui il proprietario ha annotato gli eventi bizzarri di cui è stato testimone. Se così fosse sarebbe sbagliato il tempo verbale utilizzato perché la Collins avrebbe dovuto scrivere tutto al passato, e la frase sarebbe dovuta essere così: “Poi se ne andò e io rimasi sola, pensando che forse Madge fu davvero mia amica, per tutto quel tempo”. Tuttavia guardate (o, meglio, leggete) quanto sarebbe più corretto scritto in questo modo: “Poi se ne va e io resto sola. Forse Madge è stata davvero mia amica, in tutto questo tempo”. È bastato togliere il verbo “pensare” per far sparire il filtro del narratore e rendere il testo più scorrevole, e con una introspezione maggiore. In questo modo io sono nella testa di Katniss e percepisco tutto quello che pensa e che prova, non le sono più a fianco mentre mi racconto ciò che succede.

E qui si arriva subito alla seconda grande debolezza della scrittura della Collins: il verbo “PENSARE“. Quando leggevo cose come questa:

Questo potrebbe essere il capolinea, penso. Che possibilità ho contro di loro? Ci sono tutti e sei, [SPOILER] i cinque Favoriti e Peeta, e la mia unica consolazione è che anche loro sono piuttosto malridotti. In ogni caso, guarda come sono armati. Guarda come sogghignano e ringhiano alzando il viso verso di me, una preda sicura sopra di loro. La situazione sembra alquanto disperata.

mi veniva voglia di chiudere il libro e gettarlo nel camino. Mi spiegate che differenza c’è fra il pensiero di Katniss della prima frase (quello che ho sottolineato) e il resto di ciò che è scritto nel paragrafo? Non sono anche quelli pensieri di Katniss? Ma la Collins non si è resa conto che non c’era differenza fra “Questo potrebbe essere il capolinea” e “Che possibilità ho contro di loro?” o “La situazione sembra alquanto disperata”? Non ha senso distinguere un pensiero da un altro pensiero. La Collins sta scrivendo come se si trovasse in terza persona, ovvero riportando in corsivo i pensieri del POV. Non ha un briciolo di senso, perché trovandosi a narrare la storia in prima persona (l’hai scelto tu, Suzanne, non te l’ha imposto nessuno) circa il 70% delle cose che scrive sono pensieri. Se il romanzo è raccontato in prima persona, allora tutto quello che passa per la testa del protagonista diventa parte della narrazione. E infatti nel resto del paragrafo ci sono supposizioni e pensieri di Katniss, ma lì la Collins non si preoccupa di dirci che sono i pensieri di Katniss.

Tuttavia, ciò che mi fa più rabbia non è che la Collins non sappia scrivere (dopotutto nessuno nasce imparato) ma che la Collins (né chi ha curato l’editing del libro) si sia accorta che non ha senso pensare un pensiero. Uno pensa e basta, non pensa di pensare. Immaginate di stare davanti alla vetrina di un negozio e di vedere qualcosa di bellissimo all’interno (un’automobile, un telefono, un abito da sposa, una cosa qualunque). Cosa succede nella vostra testa? Pensate che ciò che state guardando sia bello (“È bellissimo!”) o pensate di pensare che sia bello (“Io penso che sia bellissimo.”)? A meno che voi non soffriate di qualche disturbo della personalità, nella vostra testa apparirà il primo dei due, il pensiero diretto. Katniss soffre di qualche disturbo? Sarebbe bello leggere un libro raccontato dal punto di vista di un disturbato, ma non è questo il caso. Semplicemente la Collins non sa scrivere. Ho cercato un formato PDF nell’Internet (l’ho trovato solo in inglese) e ho contato quante volte appare scritto “I think.“: Katniss pensa di pensare più di 150 volte nel solo primo romanzo! Complimenti! E a quanto pare nessuno ha detto alla Collins che così non va bene, perché il primo romanzo è stato pubblicato in questo modo e nel secondo, come nel terzo, c’è un continuo pensare pensieri.

Passiamo a cose più allegre, ad esempio il TONO del romanzo. La Collins ha talento nel narrare storie perché, nonostante sia scritto in modo vergognoso, si lascia leggere con facilità. Lo STILE della Collins è semplice e diretto (forse un po’ troppo: in più punti DÀ DIRETTAMENTE DEL TU al lettore con frasi del tipo “Sai, non c’è cosa più piacevole di…”) e dice le cose senza far tanti giri di parole. Le SCENE MOVIMENTATE sono adrenaliniche e ti trascinano nell’azione, ti fanno quasi trattenere il fiato, correre al paragrafo dopo per sapere come prosegue la scena, anche se in alcuni punti ho fatto un po’ di fatica a capire cosa stesse succedendo esattamente perché la Collins mi sembra che ogni tanto sia un po’ vaga nelle DESCRIZIONI. Le SCENE TRANQUILLE, invece, sono decisamente lente, con Katniss che si mette a pensare (e pensare di pensare) a cose che non sono utili o interessanti, o si mette a vagare con la mente e tira fuori qualche flashback.

E anche qui devo fare un piccolo appunto. È pieno di FLASHBACK! I flashback rallentano l’azione (in realtà la fermano perché l’attenzione in quel momento si sposta su una linea temporale differente e quella principale rimane “in pausa”) e bisogna usarli con parsimonia. Troppi flashback finiscono per far perdere la concentrazione (e la pazienza) al lettore, ma la Collins di questo non se ne cura e lancia flashback sul lettore come se piovesse. Che poi la maggior parte dei flashback sono anche inutili perché raccontano di eventi di cui a nessuno importa (tipo il flashback di cinque pagine (!!!) in cui Katniss racconta a Peeta (nell’arena, tra l’altro (anziché combattere, i due si mettono a raccontare storielle, ma va be’)) di come Prim abbia ottenuto la sua capretta (che non ho mai menzionato prima nell’articolo (a proposito, Prim ha una capretta (a proposito, Prim è la sorella minore di Katniss (a proposito, Darth Vader è il padre di Luke Skywalker (Benvenuto, questo è l’Inferno delle Parentesi)))) ma va be’)). Avrei fatto volentieri a meno di sapere certe informazioni, perché alla fine l’attenzione (del lettore, come dello scrittore) dovrebbe essere concentrata sugli Hunger Games, raccontare vicende che non hanno nulla a che vederci mi sembra fuori luogo.

Buono, invece, l’uso dei CLIFFHANGER. Non c’è un capitolo che non si concluda con un grosso colpo di scena. E ciò è bene, perché in questo modo la Collins invoglia il lettore a proseguire nella lettura. I colpi di scena non si limitano alle ultime battute di ogni capitolo ma ne è pieno il romanzo, sono praticamente ovunque. La Collins usa un modo un po’ particolare di introdurli che io ho ribattezzato (sì, lo so, sono un cazzone perché invento i nomi alle tecniche di scrittura (sempre che “tecnica” si possa definire)) Doccia Fredda. La scrittrice crea un’immagine tranquilla solo per poi distruggerla con una parola o due. Ad esempio, succede nel paragrafo in cui Katniss parla del padre, dipingendolo come un uomo premuroso, onesto lavoratore, buon padre di famiglia, solo per concludere il paragrafo dicendo che è morto. Una semplice frase (a volte sono solo due parole) ma ha l’effetto di una cannonata nella testa del lettore, che ancora stava finendo di creare l’immagine mentale del padre di Katniss e già se lo vede morire davanti agli occhi. Eccovi un esempio concreto:

È il momento del sorteggio. Come sempre, Effie Trinket esclama: Prima le signore! e poi attraversa il palco per avvicinarsi alla boccia di vetro con i nomi delle ragazze. La raggiunge, tuffa la mano in profondità ed estrae una strisciolina di carta. Il pubblico trattiene il fiato e a quel punto si potrebbe sentir cadere uno spillo, e io ho la nausea, e spero con tutta me stessa di non essere io, non essere io, non essere io.
Effie Trinket ritorna alla pedana, liscia la strisciolina di carta e legge il nome con voce chiara. Non sono io.
È Primrose Everdeen.

Ecco quello che intendo con Doccia Fredda. La tensione è alta, poi il narratore fa rilassare il lettore dicendo “Non sono io” e poi arriva l’acqua gelata sul collo, “È Primrose Everdeen”. Questa tecnica può sembrare buona, ma ha un grosso limite: si basa sull’uso del Raccontato. Rileggete gli ultimi due brevi paragrafi e confrontateli con questo:

Effie Trinket ritorna alla pedana, liscia la strisciolina di carta e legge il nome con voce chiara: Primrose Everdeen!

Il primo caso (lo scritto della Collins) è Raccontato. Nel secondo caso è Mostrato. Generalmente (nel 99% dei casi, quindi quasi sempre) è preferibile il Mostrato al Raccontato, perché è più “potente” in quanto trasmette immagini più vivide. Ad esempio nel secondo caso, nella vostra testa vedrete Effie avvicinare le labbra la microfono e formare le parole “Primrose Everdeen”, mentre nel primo caso vedrete Effie in piedi con un foglio di carta in mano senza far nulla e sentirete la vocetta di Katniss dirvi nell’orecchio che è stata scelta Prim. Non è la stessa cosa. Secondo me la Doccia Fredda è una buona tecnica ma funziona meglio nei discorsi o nei paragrafi riflessivi.

Ultima lamentela: l’uso del RACCONTATO (come era facile intuire). Spesso accade che bisogna fare dei salti temporali in avanti di qualche ora. Capita spesso, è normale che succeda. Uno non può pretendere che ogni secondo succeda qualcosa di interessante. Tuttavia la Collins non è in grado di gestire questi momenti e li liquida con poche parole, un paio di frasi, e passa alla scena successiva. Concentrarsi sulle scene interessanti è una scelta corretta, tuttavia è sbagliato liquidare le altre con un brutto Raccontato. Succede di continuo che Katniss sia costretta a passare due, tre ore senza far nulla tra due scene interessanti e la Collins riassume in un paio di righe ciò che le succede in quel lasso di tempo. Avete presente quando leggete le trame dei romanzi o dei film su Wikipedia? L’effetto è lo stesso. Ed è brutto.

Quella sera ceno in camera mia. Ordino una quantità scandalosa di cibo, mangio fino a star male e poi sfogo la mia rabbia contro Haymitch, contro gli Hunger Games, contro ogni essere vivente di Capitol City facendo volare i piatti per la stanza.

È tutto così veloce che sembra quasi che Katniss ci stia riassumendo cosa le è successo nelle ultime due ore in poche righe. L’effetto è pessimo per due motivi:

  1. effetto Lista della Spesa: Katniss si limita a dirci cosa succede, senza un’osservazione, senza un dialogo, senza una descrizione. Solo gesti uno dietro l’altro: ordina tanto cibo, mangia tutto, rompe i piatti, latte e uova. Sembra, appunto, di leggere una lista della spesa.
  2. effetto Fastforward: succede tutto così velocemente che il lettore fa quasi fatica a immaginarsi cosa succede esattamente. Non ci sono colori, non ci sono suoni, non ci sono emozioni. Ciò che succede è vago e il lettore ha solo delle immagini (incomplete e grezze) che si succedono una all’altra, senza un’apparente connessione. Sembra di vedere un film con il tasto “avanti veloce x4” premuto.

Ci viene detto che Katniss ordina “una quantità scandalosa di cibo”. Ovvero? Una teglia intera di lasagna, calcolando che cena da sola, è una quantità abbastanza scandalosa? O non lo è abbastanza? Forse dieci teglie lo sono? E cento? Senza contare che IO ho immaginato che ordinasse teglie e teglie di lasagna, magari qualcun altro avrà immaginato una valanga di linguine allo scoglio, qualcun altro sette pizze ai quattro formaggi, e magari qualcuno trenta vaschette di sorbetto al limone. Dopotutto la Collins non ci ha detto cosa abbia ordinato esattamente Katniss, ha detto solo che ha ordinato “cibo”, e non poteva essere più vaga di così. D’accordo, La Collins voleva dare l’immagine di Katniss che mangia senza darsi un contegno perché è arrabbiata e depressa, ma che gli costava dirci anche cosa mangia? Ha fatto trenta, tanto valeva fare trentuno. Senza contare che l’immagine di Katniss che mangia come una sfondata non è mi rimasta affatto nella mente e quando ho aperto il libro a pagina 122 era come se leggessi quella scena per la prima volta. Invece la scena di Katniss che ordina centotrenta panini con la porchetta e, siccome è arrabbiata, li tira contro una replica della Nascita di Venere di Botticelli perché le ricorda la madre mi sarebbe rimasta impressa. È questa la differenza fra il Raccontato e il Mostrato, i dettagli. Il Raccontato viene dimenticato nel giro di una pagina, il Mostrato rimane anche a libro concluso. E questo è uno dei motivi per cui è meglio Mostrare che Raccontare.

Per concludere l’articolo, vi lascio con una curiosità che ho notato. Nella versione inglese di Hunger Games i dialoghi sono inseriti fra le “virgolette alte doppie” mentre in italiano i dialoghi sono racchiusi dalle — lineette emme —. Non ho idea del perché alla Mondadori abbiano deciso di fare questo cambio. Forse perché il pubblico italiano (diversamente da quello americano) è solito vedere le virgolette alte doppie introdurre i pensieri e non i dialoghi e hanno preferito mantenere l’abitudine. Non so, la cosa non sembra avere senso. Quando leggi scritto “”Ci vediamo dopo”, disse Paolo” non fai fatica a capire che le virgolette non rappresentano un pensiero ma un dialogo, ma non mi vengono in mente altre spiegazioni. Però devo ammettere che la cosa mi incuriosisce. Magari farò delle ricerche in proposito.

SEE YOU AMAZING WIZARD…

Annunci

17 pensieri su “Hunger Games (recensione)

  1. Tempo fa, in un mio post, un po’ j’accuse ed un po’ adulatorio, elencai quelli che ritenevo essere i veri opinion leader, lamentandomi al contempo del comportamento molto 2.0 della massa di lettori frettolosi che, non avendo il tempo o la voglia di farsi una propria opinione, assumono quelle dei vari Vip come se fossero boccette di Yakult: elencai svariati blogger, scelti da me dai siti più disparati, ma tutti accomunati da una caratteristica che li aveva resi ai miei occhi massimamente meritevoli ed ossia quella di essere di pensatori liberi (poi ovviamente che fossero anche bravi!).
    Oggi, dopo aver letto il tuo trittico di recensioni sul franchise librario (la saga è ben altra cosa, concordi?), sei nel mio cuore entrato nella cinquina dei più intelligenti ed accorti.
    Questo, chiaramente, non comporterà che io concordi con ogni tuo giudizio, ma che senza dubbio lo ascolterò sempre con il più grande rispetto.
    Rispetto, appunto: è dai tempi delle mie frequentazioni al dipartimento di italianistica in Via Zamboni a Bologna che non mi capitava di leggere un testo critico (perché il tuo è senza dubbio alcuno), leggero ed al contempo attentissimo al dettaglio, acuto nel decifrare la struttura della narrazione ed anche obiettivo nelle concessioni che una letteratura mainstream deve ottenere per il suo stesso essere aperta ad un pubblico ampio.
    So che era inviso a molti, ma io a suo tempo adoravo il mio prof. di Letteratura Raimondi e non per le sue lezioni, splendidamente labirintiche, ma per non avermi cacciato, quando a suo tempo affissi alla porta del suo studio una tavola a quadrotta, in cui lo avevo ritratto come una marionetta stilizzata che si contorceva in diverse posture ad ogni parola del suo dizionario dei preferiti (“Borges”, “Ombra”, etc.); dopo aver spalancato la porta mentre avevo ancora lo scotch in mano, guardò me perplesso, quindi il foglio incollato e dopo aver tolto questo dalla sua porta, si rinchiuse nuovamente nel suo studio, senza proferire parola; il giorno dopo, a lezione, mostrò pubblicamente il disegno senza dire di chi fosse e ci fece una lezione sopra. Un genio.
    Quando ho letto il tuo lungo articolo ho provato un senso di vicinanza alle tue considerazione che mi hanno fatto tornare studente universitario, lettore appassionato, critico goloso di novità e divertito fustigatore di mali costumi: ho rivissuto quei momenti e debbo solo dirti grazie per questo.
    Le tue osservazioni sui tre romanzi sono difficilmente contestabili e bene argomentate, anche se particolarmente perfide in certi momenti…
    Una delle migliori recensioni che abbia mai letto e di certo una spanna sopra tutte le altre che ho letto sullo specifico set di libri.
    Mi inchino, maestro.

    Piace a 1 persona

    • Mi lasci senza parole. Davvero. Mai mi sarei aspettato di ricevere tanto apprezzamento per una recensione. Sono felice di essermi guadagnato il tuo rispetto (e sappi che la cosa è reciproca), anche se ho paura di non meritarmelo.
      In futuro manterrò questo modello per le recensioni, che ritengo approfondito al punto giusto senza tuttavia essere pesante. La tua opinione a riguardo mi è stata molto utile a prendere questa decisione. Magari cercherò di essere un po’ più sintetico, ché ho impiegato un mese a scriverla e ho tirato fuori diecimila parole.

      Piace a 1 persona

    • Tutto meritatissimo, davvero: un lavoro esemplare e palesemente sofferto e faticoso, il tuo!
      Ovviamente un tale senso critico albergherebbe, per definzione, anche in un testo breve, perché magari il caso non richiede sempre lunghezza (qui c’erano tre libri, una fama planetaria, un franchise cinematografico miliardario, insomma, un sacco di carne a cuocere… mica è sempre così, eh!).
      Ricordo la bellezza di una piccola ma preziosa antologia di raccontini di fantascienza, curata da Isaac Asimov, in cui erano stati raccolti i lavori più meritevoli di una sorta di concorso fra i vari scrittori che si cimentavano nel genre letterario “postcard story”, ossia racconti autoconclusivi che per lunghezza potessero entrare in una cartolina postale!
      Un esercizio di stile divertentisismo ed ovviamente artificioso, ma che produsse ugualmente dlle piccole perle di intelligenza.
      Quindi?
      La lunghezza dei testi non spavenerà mai un lettore che ha imparato a conoscere nla bontà della tua analisi ed al contempo, ti si leggerà comunque con piacere anche quando il caso ti imporrà brevità!!
      Ad maiora.

      Piace a 1 persona

  2. Lo ammetto, non ho letto la recensione lunga, ma un commento lo lascio lo stesso, perché ho letto la trilogia di Hunger Games, e sto vedendo anche i film ad essa dedicati.
    Lessi il primo, e ne fui completamente assuefatto. Adorai la storia, i personaggi ed il modo scorrevole con cui era scritta la storia. Immediatamente comprai il secondo libro, che divorai in pochissimo tempo. Stesso risultato. Do adorai.
    Purtroppo dovetti aspettare un po’ di tempo prima dell’uscita del terzo. Sarà che mi ero raffreddato o non so cosa, ma quest’ultimo mi lasciò un po’ di amaro in bocca. Trovai il finale un po’ abbozzato. Ebbi la sensazione che l’autrice non sapesse come concludere e che quindi avesse buttato qualcosa a casaccio.
    Un peccato, perché avrebbe potuto chiudere col botto una trilogia veramente spettacolare!

    Piace a 1 persona

    • Concordo, verso la fine del terzo romanzo la Collins si è un po’ persa. Forse per la fretta di concludere ha preso la prima idea che le è passata per la testa e l’ha messa per iscritto. Si capisce poco di quello che succede, molte cose non sono neanche state spiegate. Forse se si fosse presa più tempo (magari un annetto o due) avrebbe trovato una conclusione migliore.

      Mi piace

  3. Io mi sono sempre immaginata questa scena: la Collins seduta sul divano a guardare la tv. Passa il “Grande fratello” ma si annoia e cambia canale. Trova un filmetto giapponese in cui una classe viene prelevata e costretta a combattare: ci sarà un solo vincintore. Nel finale i “vincitori” sono due. “Bell’idea!” Dice: “Posso ampliare il tutto, ci metto ub prima, ci metto una ribellione che i due potrebbero far partire… tanto chi vuoi che conosca BATTLE ROYALE?” E ci scrive una fanfiction che è solo la brutta copia di un capolavoro distopico e psicologico. Per la questione dei “doni”, ricordo che il distretto vincitore aveva un premio abbastanza consistente, e non fatico a immaginare che dietro possano esserci scommesse molto alte (sponsor) che ci guadagnerebbero in pubblicità e soldi, quindi anche i doni, per quanto costosi, potrebbero essere visti come investimento. Per il resto, la prima persona è uno stile molto ma molto complesso da gestire, specie al presente e solo apparentemente è semplice. Buon per te che sei arrivato alla fine, io ho mollato. Di libri semplici ce ne sono un sacco, HG non va bene neanche come prima lettura, consiglierei ben altro

    Piace a 1 persona

    • >Io mi sono sempre immaginata questa scena
      Ed è così che è andata veramente. LOL! HG è troppo simile a BR per poter dire che la Collins non lo conoscesse. Magari ne aveva solo sentito parlare, ma escludo che non lo conoscesse affatto (come ha più volte affermato).

      La storia delle scommesse era venuta in mente anche a me, poi l’ho esclusa ma non me ne ricordo più il motivo! XD

      La storia delle fanfiction lasciala proprio perdere che ti spaventeresti di quante saghe famosissime, che hanno venduto milioni e milioni, sono nate come fanfiction. @.@

      Piace a 1 persona

    • E purtroppo le conosco, ragion per la quale gli YA (che fino all’anno scorso erano i romanzi per ragazzi… ma che fine ha fatto il nostro italiano?) Tendo a evitarli. È come se non avessro revisione questi libri… e anche se appaiono un pelo originali poi non sfruttano la storia. Vero che non tutti i libri possono essere dei 1984 o un mondo nuovo, ma un genere come il distopico ridotto in questo stato… l’apice l’ho raggiunto con Divergent (ho visto il film però): vivo bene, posso scegliere dove stare, non soffro la fame, devo sol rispettare le leggi (a quanto pare possono vedere i parenti nelle altre classi/distretti/come si chiamano) ma al governo non piacciono i così detti divergenti perché non li possono controllare… esiste una rivolta? No. Stanno preparando una ribellione? Solo perché lo stato li bracca, ma perché li bracca se non fanno nulla? Insomma un circolo vizioso inutile… Della Collins ho letto che lei lo conoscesse, altri posti in cui dice il,
      contrario… Le similitudini sono troppe per poter dire che non lo abbia mai visto (dubito conosca il fumetto o il romanzo… penso la sua conoscenza si fermi al film). Normalmente non è il film/gruppo musicale/libro/fumetto a farmi incavolare, quanto proprio il libro che alla fine è un plagio neanche tanto celato. E pure scritto male. Quanto odio Katniss, non è di certo la solita donna forte col passato tragico ma fortemente empatica nei confronti di chi ha subito angherie come lei… è una macchina, iperprotettiva nei confronti di Prim, che odia la madre… non è il primo personaggio adolescente donna che vedo negli YA ma sembrano tutti fotocopia: appena si vedono belli cambiano atteggiamento e psicologicamente può essere corretto: all’improvviso non hai più fame, all’improvviso sei bella! Forse un uomo non può capire, ma anche la donna più forte resta incantata. La differenza è che dovrebbe essere un momento, non un cambiamento repentino (mi hanno detto succedere anche in The Selection). Penso siano proprio le adolescenti americane a essere così, specie per come reagiscono ai saldi (presente i video? Letteralmente si scannano). È un libro scritto di getto e mai revisionato, come Maze Runner. Inoltre ci sono particolarità che in una narrazione in prima persone (non epistolare e non un diario) al PRESENTE non tiene conto. Katniss è una donna: possibile che non soffra di dolori mestruali? È una cos stupida? Forse. Ma ripeto, non è in terza o al passato, è al presente. Sta succedendo ora. La cosa del “io penso” non l’avevo calcolata, in effetti è fastidiosa… al passato avrebbe retto (chessò: “in quel momento, mi rendo conto ora, fui di una frivolezza imbarazzante. Pensavo a quanto fossero belli i vestiti, svavillanti come il primo distretto. Mi dimenticai di casa mia. Ero lì, separata dal mondo: non c’era il passato di fame e sporcizia o il futuro di sangue e paura. C’era solo il presente).Non tieni conto di certi particolari, al passato ricordi solo il male e la felicità. Al presente esiste, appunto, il presente e quello che succede. (I papiri li scrivo solo con te xD)

      Piace a 1 persona

    • Divergent l’ho visto l’altra settimana. Bruttissimo. Vivono in una utopia e hanno il coraggio di lamentarsi. Non ci sono guerre, non ci sono dittatori, non ci sono fame e povertà, possono scegliere che lavoro fare e hanno tutte le libertà possibili (di pensiero, di parola, d’espressione…) e nessuna forma di censura. Però il romanzo (e il film di conseguenza) viene considerato un distopico. Ma dove? O.o

      Il motivo per cui è difficile scrivere in IPPPS è, appunto, che devi tenere in conto un sacco di cose, inclusi tutti i problemi fisiologici. Katniss non ha mai un mal di testa, un mal di pancia, un mal di niente. Non è mica credibile.

      >I papiri li scrivo solo con te xD
      Non so se ritenermi fortunato o meno! XD
      Scherzo, i tuoi commenti sono sempre ben accetti (papiri inclusi).

      Piace a 1 persona

    • Il confine tra utopia e distopia è molto ma molto labile, basta leggere cosa intendesse Platone per Utopia per rendersene conto, del resto a pensarci bene Huxley lo riprende in chiave dispotica (poi magari ricordo malissimo… temo di averli letti entrambi troppi anni fa, e Huxley solo dei frammenti). Se i Divergent fossero quelli del distretto dei non catalogati, potrebbe avere un senso: lì soffrono la fame e hanno ragione a volersi ribellare, non di certo una che non ha problemi! Hanno idee buone ma non sono elaborate, sistemate, limate… lo sento come un problema mio, che chiedo a tutti quelli che mi leggono come poi possano apparire i personaggi, se le reazioni sono corrette, se ci sono cose poco chiare… e poi c’è l’idea che l’opera non vada toccata per rispetto dell’artista… mah!

      Piace a 1 persona

  4. Sulla love story, mi hai ricordato un episodio dei Simpson: Homer vede Katniss che si strugge per scegliere tra quello bello e sensibile e quello tenebroso e passionale (o su per giù) e menrre le fangirl si struggono, lui dice:- Ma io sono venuto qui per vedere degli adolescenti che si massacrano!
    Viene zittito da Marge, concentratissima sui dilemmi di Katniss!

    Vedendo il film, ho trovato forzatissima la storia con Peeta, e non perché l’attore ha un parafango per mascella: praticamente, le dicono “innamorati di lui, che aumentiamo gli ascolti” e lei lo fa.
    Molto spontaneo.
    Beh, torno nelle tenebre a finire questa recensione, volevo solo dire ‘ste scemenze prima che mi ri-crashasse il browser 😛

    Mi piace

    • Acc… quell’episodio dei Simpsons non me lo ricordavo (ammesso che io l’abbia mai visto). Comunque l’ho sempre detto che Homer è la voce della ragione (più o meno). U.U

      Mi piace

    • Era un episodio a tema Lego, talmente recente che Homer credo fosse già doppiato da Lopez. La scena incriminata era brevissima, forse addirittura in mezzo ai titoli di coda 🙂

      A ogni modo, ricorda cosa dice il bardo a proposito di Katniss e dei suoi spasimanti: la geometria non è un reato! 😛

      Mi piace

  5. Non ho letto HG né ho visto i relativi film (in realtà sono approdata qui dal blog di Kasabake), ma per curiosità ho iniziato a leggere e… beh, complimenti per l’analisi.
    Pur conoscendo la storia molto sommariamente ho seguito il discorso senza problemi, e grazie alle citazioni non posso che darti ragione – per essere del tutto franca, io sarei stata persino più perfida.

    In breve, quel che colgo dalle citazioni appunto e dal tuo racconto mi fa pensare che questa saga sia nata da una fanfiction… scritta male.
    Ho letto i commenti e visto che avete accennato anche a questo.
    Forse il pensiero mi nasce spontaneo perché scrivo fanfic, e riconosco purtroppo svariati errori o comunque evidenze di immaturità nello stile dell’autrice, cose che forse, in parte, caratterizzano qualunque scritto amatoriale non di alto livello ma che io riscontro spesso in quel mondo.

    Della Mary-Sue non parliamo nemmeno, l’hai già fatto, e bene, tu.
    Mi permetto invece di aggiungere due noticine.

    1. Nei boschi mi aspetta l’unica persona con cui posso essere me stessa. Gale. Sento i muscoli della faccia che mi si rilassano e il passo che accelera, mentre salgo le colline fino al nostro posto preferito, […]
    Non è sbagliato descrivere, in prima persona, i cambiamenti fisiologici del proprio stesso corpo.
    Solo che per cose come i muscoli facciali che si rilassano, i casi sono due: o sei molto, molto teso, o hai una grande consapevolezza. Il che va benissimo: io ne ho molta, faccio caso a queste cose e anche ad altre più micro-, e non lo trovo strano.
    Ma visto il livello complessivo della scrittura mi pare di capire che siamo di fronte al caso: devo far sapere al lettore che Katniss si rilassa e accelera il passo, e quindi lo dico e basta.
    Sembra la descrizione di una macchina che registra dati che non la riguardano, non di un essere umano.

    2. — Be’ farai meglio a imparare in fretta. Hai il fascino di una lumaca morta — mi rimbecca Haymitch.
    Ahi. Questa fa male. Persino Haymitch si accorge di essere stato troppo brutale, perché il suo tono si ammorbidisce.

    Ahi? Davvero? Questa è un’interiezione da fanfic.
    E in quel contesto, se usata bene, ben ci sta.
    Ma in quel contesto.
    Riesco a immaginarla in un racconto dai toni molto diretti, magari comico o sarcastico; non qui.
    Sbaglierò, magari, ma mi ha fatto l’effetto di un dolce crudo trangugiato dopo le undici di sera.
    E vogliamo parlare di quegli Oooh e Aaah? Sigh.

    Perdona la verbosità, e grazie: per l’intrattenimento, le ore di lettura risparmiate nonché per gli utili consigli che ripassare non fa mai male 🙂
    (Te ne lascio uno anch’io, fanne ciò che credi meglio: prova ad andare a capo di più, e a staccare ogni tanto in paragrafi. La lettura è già interessante, ma così sarebbe anche più leggera, e ne varrebbe la pena).

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...