Vivi e lascia morire

«Okay», disse finalmente. «Non ci sarà pericolo forse, ma comunque non esponetevi troppo. E non reagite», aggiunse. «Nessuno può venire in vostro aiuto quando siete là dentro. E cercate di non crearci dei fastidi. Questo caso non è ancora maturo. Finché non lo sarà, la nostra politica con Mister Big si può riassumere in una massima: “Vivi e lascia vivere”».
Bond guardò il capitano Dexter con aria beffarda. «Nel mio lavoro», disse, «quando mi trovo fra i piedi un uomo come questo, adotto un altro motto: “Vivi e lascia morire”».

Bentornati, cari apprendisti. Con questa epica citazione apro la recensione del secondo romanzo di Ian Fleming, Vivi e lascia morire, il cui protagonista è ancora una volta James Bond. Dal momento che non ho nulla da fare (in realtà avrei molte cose da fare, ma facciamo finta di no), ho accettato la sfida di Anacleto. L’altro giorno, infatti, discutevano allegramente, io, Anacleto e Ian, circa le trasposizioni cinematografiche dei di lui romanzi, adattamenti che hanno stravolto le trame e, in alcuni casi, anche le atmosfere e il personaggio stesso di Bond. Ovviamente la conversazione è caduta su Spectre, il film in prossima uscita. Al che ho promesso a Ian che avrei letto tutti i suoi romanzi prima di andare a vedere il film per poter fare un confronto onesto fra il Bond letterario e il Bond cinematografico. Ma Anacleto, sbeffeggiandomi, ha detto che non sarei riuscito a leggere neanche la metà dei libri prima che esca il film. Sfida accettata! E ora, dopo le solite chiacchiere, cominciamo con la recensione.

TRAMA: Mr. Big, un boss locale di New York proveniente dalla Giamaica, ha trovato l’antico tesoro perduto di Sir Henry Morgan composto da migliaia di monete d’oro del XVII secolo. Mr. Big è anche un membro della SMERSH e collabora con i russi per indebolire l’economia degli Stati Uniti e finanziare quella della Russia. Il suo piano è semplice ma efficace: vendere a bassissimo prezzo (tutti i ricavi di questa vendita vanno alla Russia) le monete ai poveri di New York che a loro volta le rivenderanno a prezzo pieno (essendo monete d’oro, valgono molto) ai negozianti. L’obbiettivo è svalutare il dollaro immettendo nel mercato più oro di quanto ne possa reggere (credo… non ci capisco molto di economia).

Siccome io soffro di eterna insoddisfazione e non sono mai soddisfatto di nessuna mia recensione (non so perché ma mi sembrano sempre incomplete…), oggi raggrupperò tutti ciò che ho da dire in tre sezioni, nella speranza che la recensione risulti più organica: storia, personaggi e scrittura. Vediamo come va.

[PS: attenti agli SPOILER. Mordono.]

STORIA

La TRAMA è intrigante e non solo perché questa volta Bond si ritrova ad affrontare una minaccia reale (in Casinò Royale doveva soltanto dare il colpo di grazia a Le Chiffre, in Vivi e lascia morire deve sventare i piani del perfido Big Man). Bond viene chiamato a prendere parte alla missione perché fa parte degli agenti segreti britannici che operano all’estero (fa parte della divisione MI6) e la sua area di competenza è la Giamaica, esattamente dove si trova la base segreta (e il forziere pieno di monete d’oro) di Mr. Big. Non fatevi ingannare dall’apparente incongruenza: nel romanzo precedente Bond viene mandato in missione in Francia perché c’era bisogno di un giocatore di carte molto esperto che potesse battere Le Chiffre al tavolo verde e Bond è il miglior giocatore di carte che l’Agenzia ha a disposizione. Infatti Bond in Casinò Royale adotta la falsa identità di un ricco giamaicano e tutte le chiamate che riceve vengono fatte passare per l’ufficio giamaicano per non destare sospetti. Dicevo, la trama è intrigante anche perché questa volta Bond non sa chi deve affrontare (le informazioni sul Mr. Big sono difficili da ottenere e poco rassicuranti (ma di questo ne parlerò dopo)) e questa missione è più pericolosa delle precedente: in Casinò Royale doveva battere un avversario a carte (poi la cosa è degenerata, ma va be’), in Vivi e lascia morire deve affrontare un boss mafioso tra i più importanti di New York che è anche un agente della SMERSH. Come se non bastasse, tutti quelli che hanno dato la caccia a Mr. Big sono stati trovati morti (quando sono stati ritrovati, molti risultano scomparsi).

E RITORNA la SMERSH, e questo è bene. Nel romanzo precedente mi ero lamentato dell’arrivo troppo improvviso di questa organizzazione nel finale, che mescolava tutte le carte in tavola. Questa volta non ci sono sorprese e la SMERSH è in campo fin dall’inizio. L’unica PECCA è che Mr. Big è circondato dai suoi fidi scagnozzi neri e non ci sia neppure un russo, un bulgaro o uno slavo di sorta fra i suoi, il che fa perdere un po’ di contatto fra le azioni del Big Man e la sua appartenenza alla SMERSH. Certo, non mi aspettavo che i suoi scagnozzi si chiamassero tutti Boris, Ivan o Dimitri, però almeno un paio di fidi sgherri mandati dall’organizzazione ad aiutarlo (e magari anche a controllarlo), secondo me, non avrebbero guastato.

E a proposito di ritorni, TORNA anche Felix Leiter, presentato nel romanzo precedente. Con la simpatia che lo contraddistingue, aiuterà Bond a orientarsi per le strade di una sconosciuta New York, gli fornirà tutte le spiegazioni necessarie su usi e costumi dei neri nel quartiere di Mr. Big, lo accompagnerà nell’esplorazione di Harlem (il quartiere dove risiede Mr. Big) e gli coprirà la fuga da New York dopo il primo incontro col Big Man. Purtroppo non arriverà intero alla fine del romanzo perché cadrà vittima degli uomini del Big Man. Tranquilli, Felix non morirà, tuttavia dovrà uscire di scena perché ricoverato in ospedale in seguito al trattamento subito.

[Piccola curiosità: la scena della tortura di Felix Leiter, anche se non è mostrata direttamente, non viene inserita nel film Vivi e lascia morire (forse perché considerato troppo violento all’epoca). Verrà, tuttavia, inserita nel film Vendetta Privata con Timothy Dalton, uscito quattordici anni dopo. Anche per questo motivo il film è considerato il più violento delle saga.]

Ma soprattutto Bond si TRAVESTE! Non da ballerina brasiliana per il carnevale di Rio ma da semplice cittadino americano. E tutto questo per passare inosservato agli occhi del Big Man. Comprerà, infatti, indumenti da americano medio, farà colazione mangiando la colazione tipica americana, seguirà lo sport americano anziché quello inglese. Arriverà anche a studiare un po’ di dizione per prendere l’accento americano (Bond è inglese e l’inglese degli americani presenta delle sfumature rispetto all’inglese dei britannici, un po’ come i dialetti in Italia (ma credo che questo lo sappiano tutti)). Ad esempio:

Gli ricordarono di chiedere il «check» e non il «bill», di dire «cab» invece di «taxi» e, questo glielo disse Leiter, di evitare le parole composte di due sillabe. («In America, potete fare una conversazione», disse Leiter, «con Yeah, Nope e Sure».) La parola inglese da evitare a qualsiasi costo, aveva aggiunto, era «Actually».

Bond guardò arcigno alla pila di pacchi che «contenevano» la sua nuova identità, si tolse il pigiama per l’ultima volta («Per la maggior parte in America dormiamo come Dio ci ha fatti, signor Bond», gli era stato detto), […]

Questo è un aspetto che manca nei film (almeno a me non mi sembra di ricordare casi simili). Purtroppo l’accento americano di Bond non si “sente” nel romanzo, e probabilmente è colpa del passaggio dall’inglese all’italiano. Sicuramente nella traduzione si sono perse certe sfumature.

Ian non finisce mai di stupirmi e mi dona un’ulteriore soddisfazione infilando nel romanzo anche i PIRATI. Io adoro i pirati! Giusto l’altro giorno discutevo con il capitano Flint sul modo più corretto di lanciare un arrembaggio, ma questa è un’altra storia. Mettere il tesoro di Bloody Morgan a disposizione del cattivo è stata secondo me un’idea interessante, quasi geniale. Sembra quasi riprendere le storie sulla pirateria e sui tesori nascosti (avete presente L’Isola del Tesoro?) ribaltandone però il finale. Suona come una sorta di What If: “cosa accadrebbe se il tesoro lo trovassero i cattivi anziché i buoni?” Probabilmente lo sperpererebbero in alcool e prostitute Finanzierebbero il comunismo!

Dulcis in fundo, ci sono i rituali VOODOO. Tuttavia ci sono dei PARTICOLARI nel modo in cui viene esposta la religione voodoo che mi sono sembrati un po’ strani. Vi sono dei riferimenti a usanze che non avevo mai sentito. Dunque sono andato a consultare Oscuro, il mio amico e collega, negromante di professione nonché esperto di rituali voodoo, e ho scoperto che un paio di cose sono state inventate da Ian. Non so bene perché l’abbia fatto (forse per rendere la storia più avvincente) ma ha modificato il ruolo del Baron Samedi, rendendolo il Principe delle Tenebre quando in realtà è il traghettatore delle anime (promosso da Caronte a Satana! Yeee!). Senza contare che Mr. Big viene chiamato nella comunità di Harlem “Lo Zombie”, ovvero la reincarnazione del Baron Samedi. Neanche questo è corretto perché uno zombie è la reincarnazione di una persona (poco importa se nel proprio corpo o in quello di qualcun altro) riportata in vita grazie a opportuni rituali. Forse Ian ha voluto sottolineare la distinzione tra i due chiamando Zombie (con la Z maiuscola) Mr. Big per per far capire che non è un semplice zombie (con la z minuscola)? Forse. Ma non tutto il male vien per nuocere perché queste modifiche rendono l’atmosfera più inquietante. Voglio dire, Mr Big, oltre a essere il boss mafioso più potente e pericoloso della città, oltre a essere un membro della SMERSH è anche la reincarnazione del Baron Samedi!

Volevo anche segnalare che nella prima parte (verso la fine del terzo capitolo) Bond legge (e di conseguenza fa leggere al lettore) un libro sui rituali e sul culto voodoo. Il libro in questione è L’albero del viaggiatore. Viaggio alle isole dei Caraibi di Patrick Leigh di cui vengono riportati alcuni paragrafi. Probabilmente (ma questa è una mia supposizione) le conoscenze di Ian circa la religione voodoo derivano appunto da questo libro. La cosa però non mi convince del tutto perché Ian abita in Giamaica e ci passa circa sei mesi l’anno ogni anno dal 1946 (il romanzo viene completato nel 1953), quindi le sue conoscenze in materia doverebbero essere dirette (nel senso che secondo me potrebbe aver parlato con gente che pratica davvero rituali voodoo) e non di seconda mano.

PERSONAGGI

Di JAMES BOND ne ho già parlato nell’altra recensione, e potrei evitare di farlo di nuovo ma il suo personaggio viene ulteriormente ampliato con questo secondo romanzo e ci vengono fornite maggior informazioni sul suo conto. Quindi mi sembra giusto quanto meno accennare a certe cose. Ad esempio ci viene MOSTRATO (e non Raccontato, bravo Ian!) che Bond è spavaldo e incosciente quando si intrufola nel locale ad Harlem che funge da base segreta del Big Man e viene catturato (e per poco non ci lascia le penne). Ma questo non è solo un espediente per mandare avanti la trama, Bond è proprio un incosciente, tanto che entra anche nel magazzino su suolo americano dove Mr. Big nasconde le monete d’oro che trasporta di volta in volta dalla base segreta in Giamaica (e anche qui rischia di farsi ammazzare). Ma vediamo anche la sua alta adattabilità e la sua capacità di improvvisare qualcosa sul momento in modo da salvarsi (capacità che compensa, secondo me, la sua incoscienza) e infatti uscirà vivo (ma non indenne) da entrambe le situazioni (e anche qui è tutto Mostrato, che bello!). Sinceramente mi aspettavo un atteggiamento razzista nei confronti dei negri di Harlem (essendo Bond maschilista lo immaginavo anche razzista, non so perché) mentre in realtà Ian è stato abbastanza moderato nei commenti e vi ha infilato solo qualche luogo comune.

Passiamo al villain: MR. BIG. Un ottimo cattivo con caratteristiche atipiche che lo rendono memorabile: non solo è un nero enorme e molto intelligente, ma ha anche una testa molto più grande della media (“per contenere il suo grosso cervello”, ci dice Ian) e una carnagione grigiastra dovuta a una malattia cardiaca (in realtà non saprei dire se quest’ultima cosa sia attendibile perché non me ne intendo di medicina). Sfrutta la voce che egli sia lo Zombie a proprio vantaggio (si guadagna così enorme prestigio, rispetto e timore), alimentandola di continuo e vestendosi come il Baron Samedi (ma anche circondandosi di manichini vestiti da Baron Samedi (per chi se lo stesse chiedendo il Baron Samedi è vestito COSÌ)). È un cattivo di tutto rispetto ma è anche eccentrico: l’idea di essere una persona diversa, superiore in qualche modo a tutti gli altri, lo ha reso un po’ folle, tanto da spingerlo a rapire Solitaire perché si auto-convince che i loro figli potranno dominare il mondo (per questo punto rimando al paragrafo su Solitaire). Da notare che il Big Man, a differenza di Le Chiffre del precedente romanzo, ha l’atteggiamento tipico da villain da film di 007: racconta il suo piano malvagio a Bond dopo averlo catturato, non lo fa uccidere seduta stante appena viene catturato ma dà l’ordine che venga imprigionato per poterlo uccidere in modo bizzarro (che non vi rivelo), è calmo e rilassato perché sa che alla fine vincerà (è troppo sicuro di sé), è cordiale e non manca di rispetto a nessuno, neanche a Bond suo nemico, e infatti:

Mister Big tolse la mano dal mento e guardò Bond da capo a piedi con i suoi occhi d’oro. «Buon giorno, signor James Bond», disse alla fine, con la sua voce piatta, il cui suono si scandiva contro il lento diminuire del tono dei tamburi. «La mosca non ha davvero impiegato molto tempo per arrivare dal ragno, o forse sarebbe meglio che dicessi “l’allodola allo specchio”».

Oppure:

Il Big Man allungò una mano indietro e aprì la porta. «Per ora vi lascio», disse, «a riflettere sull’eccellenza del metodo che ho inventato per farvi morire insieme. Due morti necessarie. Nessuna traccia. La superstizione soddisfatta. I miei seguaci contenti. I corpi, usati per una ricerca scientifica. Questo è quanto io intendevo, signor James Bond, per “capacità infinita di sofferenze artistiche”».
Era in piedi in mezzo alla porta e li guardava.
«Auguro una breve, ma buona notte a tutti e due».

E infine la Bond girl, SOLITAIRE. Lei è una veggente in grado di capire se un uomo mente usando un mazzo di carte, e viene usata da Mr. Big per avere informazioni sui suoi avversari. (Sì, in questo romanzo ci sono molte cose non classificabili come “scientifiche”.) Il ruolo di Solitaire al fianco di Mr. Big non si limita tuttavia a quello di suo personale inquisitore poiché il Big Man vuole avere dei figli da lei, figli che avranno la di lui mente, la di lui forza e la di lei chiaroveggenza. In questa storia, lei riveste il ruolo della Damigella in Periglio (né più né meno) e si innamorerà di Bond in quanto suo salvatore. Ovviamente lei è molto bella, affascinante e misteriosa, tanto che non sappiamo neanche il suo vero nome (Solitaire è un soprannome che si guadagna vista la sua indifferenza alle attenzioni che riceve dagli uomini). Intraprenderà anche un’immancabile storia d’amore con Bond che inizierà nel momento stesso in cui i due si incontrano, verrà portata avanti durante la loro fuga (non faccio spoiler ma i tre (James, Solitaire e Felix) saranno costretti ad allontanarsi velocemente da New York) e terminerà nell’epilogo del romanzo su una spiaggia con i due che bevono cocktail e si scambiano effusioni. In realtà la storia d’amore con Bond non è pesante come lo era quella del primo romanzo, soltanto mi è parsa un po’ affrettata (e inserita a forza). Bisogna comunque tenere in conto il fatto che il romanzo ha circa centocinquanta pagine, nelle quali Ian si deve destreggiare fra indagini, sparatorie, fughe e piani malvagi.

SCRITTURA

In questo secondo romanzo si vede un leggero miglioramento nello stile di Ian. Aver già scritto un romanzo ha avuto un effetto positivo su di lui (anche se Ian finì di scrivere il secondo romanzo prima di pubblicare il primo, quindi non conosceva ancora l’opinione del pubblico sul suo lavoro o sul suo stile di scrittura). Per esempio, in questo secondo romanzo cerca di evitare l’infodump introdotto dal narratore, e ciò è bene. Però non riesce a trattenersi e FORNISCE comunque al lettore certe informazioni (non essenziali, secondo me) tramite la bocca di un personaggio, facendole passare per chiacchiere di circostanza. Un esempio:

«Tutti fanno denari con facilità in America in questi tempi», disse Solitaire. «E va sempre a danno del cliente. Tutto quello che vogliono è cavarvi un dollaro nel modo più spiccio e spedirvi fuori dai piedi. Aspettate di arrivare alla costa e poi vedrete. In quest’epoca dell’anno la Florida diventa la regione più avida di denaro della terra. Sulla costa dell’Est spolpano i milionari, dove stiamo andando noi ora invece pelano il borghesuccio. In fondo è giusto perché va laggiù soltanto per morire e i soldi non può portarseli nella tomba».
«Per l’amor del cielo, in che razza di posto stiamo andando?» domandò Bond.
«Tutta la gente a Saint Petersburg è già mezzo morta», spiegò Solitaire. «È il più grande ossario americano. Quando il contabile di banca, il funzionario delle poste, il macchinista delle ferrovie raggiungono sessant’anni, o vanno in pensione o prendono la liquidazione della ditta presso cui hanno lavorato, si trasferiscono a Saint Petersburg per godersi un paio d’anni di sole prima di morire. È chiamata la “Città del Sole”. Il tempo è sempre così costantemente bello che il giornale locale della sera, “L’indipendente”, viene distribuito gratuitamente tutti i giorni in cui il sole non è ancora uscito al momento della distribuzione. Ciò accade solamente tre o quattro volte all’anno ed è indubbiamente una geniale pubblicità. Vanno tutti a dormire verso le nove la sera e durante la giornata i vecchi signori che giocano al tiro del dischetto e a bridge, formano una società locale. Vi sono anche un paio di squadre di baseball, vi sono i “Kids” e i “Kubs” e tutti i giocatori oltrepassano i settantacinque anni. Giocano anche a bocce ma la maggior parte del loro tempo lo passano stretti uno vicino all’altro come dei passeri su un filo del telegrafo, su delle panchine che fiancheggiano tutti i marciapiedi di Saint Petersburg. Stanno lì semplicemente seduti al sole e spettegolano e pisolano. È veramente uno spettacolo deprimente quello di tutti questi vecchi con gli occhiali spessi, i cornetti acustici e le dentiere che traballano».

Avete letto la risposta di Solitaire? Il loro discorso inizia con chiacchiere di circostanza (sono in un bar e Bond si lamenta dell’alto costo del servizio, nella citazione ho riportato parte del dialogo che ne è seguito) riguardo al posto dove stanno per andare ma finisce per trasformarsi in un lungo infodump che occupa più di una pagina (non ho riportato tutto ma il dialogo continua su questi toni). Succede un altro paio di volte nel romanzo e nessuna delle volte è piacevole.

Ottimo invece l’utilizzo dello Show, don’t Tell. A parte qualche eccezione mi è sembrato che lo stile di Ian sia improntato più sul MOSTRARE che sul Raccontare (che si tratti di descrizioni fisiche, caratteriali, luoghi o situazioni) e questo è un punto a favore perché è sempre meglio avere un’immagine vivida che una sbiadita. Ma soprattutto è giusto che il lettore arrivi da solo alle proprie conclusioni. Ad esempio, nella parte dove parlavo dell’incoscienza di Bond, ho detto che Ian è stato bravo a mostrarmela piuttosto che limitarsi a dirmelo. Questo è un bene perché le persone hanno concezioni diverse di cosa significhi “essere incosciente”. Per esempio, in quella scena, a qualcuno il comportamento di Bond sarà sembrato perfettamente logico, o addirittura cauto, mentre per qualcun altro assolutamente folle e pericoloso. E un lettore deve trarre da solo un giudizio su un personaggio, non deve essere il lettore a dirgli cosa deve pensare.

Ottimo anche l’utilizzo dei CLIFFHANGER. Quasi ogni capitolo viene interrotto da un colpo di scena che rimanda il seguito della scena o le conseguenze di un’azione al capitolo successivo (che per un lettore può anche significare “domani”). Non tutti sono potenti come un “Io sono tuo padre”, ma fa un certo effetto (e lascia col fiato sospeso) interrompere la lettura sapendo che un agente di Mr. Big ha visto uscire Bond da un locale mentre questi pensava di essere passato inosservato, oppure che qualcuno ha fatto una telefonata per avvisare gli scagnozzi che Bond sta arrivando dalle loro parti, oppure che Bond è entrato in casa, ha chiamato Felix e, non ricevendo risposta, ha tirato fuori la pistola.

Avete letto bene gli esempi che ho citato nell’ultimo paragrafo, il primo in particolare? Lo ri-cito per comodità:

[…] un agente di Mr. Big ha visto uscire Bond da un locale mentre questi pensava di essere passato inosservato […]

Il lettore più attento si starà chiedendo come sia possibile che il narratore si è accorto di cose che Bond non ha notato. Nel 90% dei casi la risposta è: narratore onnisciente. Una pessima trovata (renderlo onnisciente per un attmo, giusto il tempo che serve per fornire informazioni al lettore, per poi farlo tornare nella mente del protagonista) che rappresenterebbe una pessima caduta di stile. Già. Ma non è questo il giorno (cit.). Ian infatti stupisce tutti e ci infila un bel POV CINAMATOGRAFICO. Avete presente quelle scene nei film thriller (o d’azione) in cui si vede il protagonista uscire da un edificio, ma la telecamera che lo inquadra è molto lontana, sul sedile del passeggero di un’automobile anonima, parcheggiata dall’altro lato della strada, con alla giuda un tizio con l’impermeabile nero e gli occhiali da sole? Ecco, quel genere di inquadrature hollywoodiane ce le offre Ian in Vivi e lascia morire. Secondo me, il momentaneo cambio di POV (che durano un paio di paragrafi al massimo) è un bel modo per tenere lo spettatore al corrente di tutto quello che sta succedendo alle spalle di Bond e che la telecamera (il narratore) non può inquadrare per motivi di coerenza (fedeltà di POV).

L’ultima nota negativa è per il verbo PROSEGUIRE. Eh sì, perché Ian lo utilizza spesso, ma sbaglia ogni volta che lo fa. Ad esempio, leggete questo:

«È il posto ideale per lui», rispose Solitaire in tono grave. «Laggiù non esiste il crimine ad eccezione di piccoli imbrogli a bridge o a canasta. La forza di polizia è quindi scarsissima. È vero che esiste un grosso nucleo per il controllo costiero ma questo si occupa principalmente del contrabbando tra Tampa e Cuba, e della pesca delle spugne fuori stagione a Tarpon Springs. Non so esattamente che cosa faccia là il Big Man, so solo che ha sul luogo un agente importante a nome Robber. Penso», soggiunse, «che faccia qualcosa con Cuba. Probabilmente questioni comuniste. Credo che Cuba dipenda da Harlem e sia il centro di distribuzione degli agenti rossi in tutte le Isole Caraibiche. Comunque», proseguì, «Saint Petersburg è la città più tranquilla di tutta l’America. Tutto là si svolge secondo regole di un tradizionalismo provinciale ed educato. È pur vero che c’è un edificio chiamato “Il Restorium” che è una clinica per alcolizzati, ma…» rise. «Me li immagino tutti molto vecchi e ben poco pericolosi. Vi piacerà un mondo», sorrise di nuovo maliziosamente. «Vi verrà voglia probabilmente di sistemarvi là per il resto della vostra vita e diventare un buon “vecchietto”. Eccola la grande parola d’uso di quel luogo: “vecchietto”».

Di solito il verbo “proseguire” si usa quando un discorso viene interrotto per un qualche motivo e ripreso in seguito, non importa se passano tre secondi o dieci minuti. Ma Solitaire non si è interrotta dove viene detto che prosegue, e questo è un errore che devo segnalare. Se Ian avesse scritto che Solitaire interrompe il discorso per guardare il signore che è appena entrato nel locale o che si accende una sigaretta e poi prosegue a parlare non sarebbe stato un problema (anzi, sarebbe stato correttissimo), ma nel modo in cui è scritto sì. E mi soffermo tanto su questo punto di proposito, perché succede molte volte in questo romanzo che un personaggio prosegue un discorso che non ha interrotto, e ciò è grave. Nella mente del lettore, chi parla non ha fatto interruzioni (lo scrittore non ha detto nulla in proposito) e quindi, leggendo che il personaggio prosegue, il lettore è costretto a tornare indietro di una riga e rileggere l’ultima frase pronunciata e re-immaginare l’intera scena facendola terminare con una piccola pausa (che lo scrittore non ha inserito), per poi poter immaginare il personaggio proseguire il discorso. Ho chiuso un occhio le prime due volte che incontrato un’interruzione non segnalata, la terza mi ha fatto sbuffare e dalla quarta in poi ho provato un netto fastidio. Quando il lettore viene sbalzato fuori dalla narrazione (dover re-immaginare una scena è ciò che intendo quando dico “sbalzato fuori”), significa che lo scrittore ha fatto un pessimo lavoro, perché l’obbiettivo dello scrittore è creare le condizioni necessarie per far immergere il lettore il più profondamente possibile nella storia. Ne consegue che farlo uscire a forza (basta leggere un “proseguì” a metà di un discorso per farlo) è un errore non indifferente, perché lo scrittore ha fallito nel suo compito primario.

Dopo questa lunga arringa sul compito dello scrittore, mi reputo sufficientemente soddisfatto del mio lavoro (non è vero) e quindi chiudo qui la recensione. Dal momento in cui ho finito di leggere Vivi e lascia morire al momento in cui ho finito di scriverne la recensione è passato più di un mese e nel frattempo ho letto altri due libri e ho quasi finito anche Moonraker, il terzo romanzo di Ian Fleming. Il giorno in cui riuscirò a scrivere un recensione puntuale è il giorno in cui il mondo finirà. ^_^

Ma state tranquilli, non farò mai un articolo in tempi brevi poiché soffro di bradipismo letterario (che è la stessa malattia di George Martin, tra l’altro), quindi potete tirare un sospiro di sollievo.

SEE YOU AMAZING WIZARD…

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4 pensieri su “Vivi e lascia morire

  1. Negli anni d’oro di James Bond – Sean Connery, sono giunta rapidamente a non amare i film (che comunque ho religiosamente visto, fino a un po’ di anni fa: a un certo punto, per me, sarebbe stato veramente eccessivo proseguire!) essendomi letteralmente bevuta in rapida sequenza tutti i romanzi. Mi sta cogliendo la voglia di una rimpatriata su quelle pagine.- e oggi, a impero del male scomparso (quelli attuali mancano, francamente, di qualsivoglia fascino) è forse difficile ricatturarne l’atmosfera. Grazie mille per questa restituzione.

    Piace a 1 persona

    • Grazie a te per aver commentato. Fa sempre piacere trovare una fan di 007. ^_^

      I film hanno iniziato a deludermi dopo il terzo capitolo. Nei primi tre si respirava la stessa atmosfera da spy-story dei romanzi, ma dal quarto in poi i registi hanno iniziato a prendersi troppe libertà cercando di rendere i film più appetibili per il grande pubblico seguendo gli standard hollywoodiani: esplosioni, inseguimenti in auto, sparatorie e la comicità di Roger Moore.

      Per quanto riguarda i libri, non ho ancora letto quelli non scritti da Fleming e credo che neanche lo farò (anche se dicono che alcuni dei primi siano ben fatti), perché li trovo soltanto una manovra commerciale e io sono contrario a queste cose.

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