D.Gray-man Reverse 1: L’inizio del viaggio (smontato)

Bentornati, cari apprendisti. Oggi siamo di nuovo qui con D.Gray-man Reverse, come promesso. Probabilmente non ci fate neanche più caso alle mie promesse da spergiuro, ma oggi vi dimostro che tutte buona parte alcune due o tre delle promesse che faccio poi riesco a ricordarmele e anche mantenerle. Perciò torniamo nel mondo di D.Gray-man di Katsura Hoshino e andiamo ad analizzare il primo dei tre racconti che compongono la raccolta. Vi linko di nuovo l’articolo su D.Gray-man (QUI) e quello su D.Gray-man Reverse (QUI) se ancora non li avete letti e volete sapere qualcos’altro sul mondo creato dalla sensei Hoshino.

Detto questo, mi concedo una seconda premessa. Questo articolo serve più a me che a voi perché è un esercizio di stile. Dopo aver letto qualche manuale di scrittura (online, perché dalla mie parti vendono solo paranormal romance e grandi classici) voglio cimentarmi nella pratica e vedere come me la cavo nella correzione di testi narrativi. Non voglio fare il saputello né il so-tutto-io, semplicemente voglio vedere come me la cavo a trovare gli errori (cosa che mi servirà in futuro). Tuttavia ho preferito farlo in un articolo pubblico e non per cavoli miei perché così altri utenti potranno dirmi “sì, Arcano, hai ragione, quello è un errore” oppure “no, Arcano, quella cosa è giusta così, non è un errore” e aiutarmi a capire cosa sia giusto e cosa non lo sia. Mi raccomando, se avete qualcosa da dire (qualunque cosa, anche che sono un vecchio rincitrullito), commentate. Non siate timidi, non mangio nessuno (ma non posso assicurarvi che non vi butto già dall’Isola a pedate dopo avervi trasformati in rospi, quindi attenti alle parole). ^_^

Terza premessa: la mia intenzione era quella di analizzare tutto il racconto ma scrivendo l’articolo mi sono accorto che la cosa non è fattibile. La lunghezza è il primo problema, perché il racconto in sé è lungo circa ottanta pagine e se a queste aggiungo anche i miei commenti finisce che scrivo un articolo da centomila parole. Il che è troppo sia per voi da leggere sia per me da scrivere e ri-leggere. Potrei dividerlo in una serie di articoli da tremila parole l’uno ma preferisco non farlo perché secondo me non serve analizzare ottanta pagine per capire che tipo di errori vengono commessi più di frequente da un dato scrittore, una trentina sono più che sufficienti. Se in trenta pagine non ci sono errori allora lo scrittore è davvero molto bravo e sarebbe un insulto alla sua persona continuare a sfogliare tutte le ottanta pagine alla ricerca della più piccola imperfezione.

Quarta premessa: metterò i miei commenti al testo in rosso perché fa tanto maestra d’italiano. Ho sempre voluto essere una maledetta baldracca bacchettona gentil maestra d’italiano.

Dopo ben quattro premesse (ci sto prendendo gusto a farle), e sperando di essermi parato abbastanza il sedere con la seconda, posso cimentarmi con la “correzione” del testo, ovvero il primo (e il peggiore) dei tre racconti che compongono D.Gray.man Reverse 1. E partirei proprio dal titolo, L’inizio del viaggio, assolutamente anonimo e fuorviante. Infatti il viaggio di Allen (il protagonista) è già iniziato e L’inizio del viaggio racconta una sua tappa intermedia lungo il percorso. Quindi, perché chiamarlo L’inizio quando siamo un pezzo oltre la metà? Sì, d’accordo, c’è il fatto che è il primo racconto di otto (tre nella prima raccolta, tre nella seconda e due nella terza) ma non è corretto uguale dal momento che i racconti hanno generalmente protagonisti diversi.

Ora passiamo all’incipit. Secondo molti, l’incipit è la parte più importante dell’intero romanzo perché ha il compito di catturare il lettore. Immaginate di essere in libreria e di prendere in mano un libro con una copertina interessante, lo aprite e leggete le prime righe. Un brutto inizio, per esempio, vi fa perdere subito interesse e vi fa chiudere il libro. Un buon inizio, al contrario, vi invoglierà a sapere come prosegue (e, se il prezzo del libro è basso, magari lo comprate su due piedi).

Oscurità totale.
All’improvviso, nelle tenebre compare un cono di luce, come se si fosse acceso un riflettore. Delinea la sagoma di un individuo singolare [“singolare” in che modo? non me lo mostri?], con il cappello a cilindro di seta. Nell’aria risuona la sua voce, dal tono più divertito che divertente [ovvero? non bastava dire “divertito” e basta?].
«Su, è giunta l’ora di creare un akuma! ♥»

Un incipit discreto. Vediamo buio, poi luce, poi una persona che inizia a parlare e dice cose curiose (supponendo che il lettore non sappia cosa sia un akuma). Al di là del cuoricino (ho visto che i giapponesi spesso inseriscono cuori, note musicali o altri simboli nei discorsi per suggerire un’intonazione), e di un paio di aggettivi di troppo, direi che non è male. Certo, ne ho visti di meglio ma così può andare.

A seguire la descrizione fisica del Conte:

Impossibile dire che età abbia [se non puoi dirlo, non scriverlo]. Ma è più che evidente [più di evidente?] la sua gigantesca [piano con gli aggettivi] pancia, nonostante il largo, avvolgente [largo o avvolgente?] cappotto. Sotto un paio di occhialini tondi, che gli coprono completamente gli occhi, la bocca è così grande che potrebbe divorare un bambino in un sol boccone [descrizione tipica degli orchi nelle fiabe; è davvero brutta trovarla in un romanzo]. Gli angoli sono incurvati all’insù… Sta sorridendo? [se non lo sai tu che sei il narratore, come potrei saperlo io?]
A una prima occhiata potrebbe quasi sembrare un uomo comune, nonostante l’aspetto e l’abbigliamento particolari [QUI una sua foto; a me non sembra affatto un uomo comune], ma c’è una cosa che stona. [io avrei messo i due punti, piuttosto che il punto fermo] Le orecchie. Hanno qualcosa di anomalo [lascia la soggettività a qualcun altro, narratore esterno, tu dovresti essere imparziale], sono a punta come quelle degli elfi [è questa la cosa più inquietante nel suo aspetto? orecchie a punta? invito di nuovo a guardare la sua foto]. È l’indizio che non si tratta di una persona normale, e neanche di un uomo. È una creatura la cui natura va al di là di quella umana.

La prima cosa che mi è saltata all’occhio è che non viene nominato neanche un colore. Non un errore, certo, ma mi avrebbe fatto piacere conoscere con quali colori la Kaya Kizaki (colei che ha scritto tutti i racconti della raccolta) si è immaginata il Conte (e di conseguenza con quali colori lo avrei dovuto immaginare io secondo le sue direttive). Errori sono invece gli ultimi due periodi, ovvero tutto ciò che è compreso tra “È l’indizio che…” e “…di quella umana.” Perché errori? Provate a rileggere l’ultimo paragrafo ma non arrivate fino in fondo, fermatevi dove dice “come quelle degli elfi“. Avrete dunque notato che gli ultimi due periodi non aggiungono nulla a ciò che è stato già detto. Infatti, quei due periodi servono solo a dirci che il Conte non è umano, cosa che il lettore è in grado di capire anche da solo continuando a leggere. E, secondo la logica, tutto ciò che non serve può deve essere tolto.

Discorso a parte se lo merita la similitudine “come quelle degli elfi“. Innanzitutto perché gli elfi non esistono né nel nostro mondo né in quello di D.Gray-man, quindi il paragone mi è sembrato un po’ fuori luogo (mi piace essere puntiglioso e rompipalle). La Kizaki ha scelto di paragonare le orecchie a punta del Conte a quelle degli elfi (presumo perché l’elfo è una figura conosciuta a tutti (o quasi tutti)) poiché ha voluto rendere più viva nelle mente del lettore l’immagine che vuole evocare (le orecchie a punta del Conte) ricorrendo a un’immagine concreta (le orecchie a punta degli elfi) che è già nel bagaglio delle conoscenze del lettore. Ciò che la Kizaki ha fatto (associare un’immagine a una che il lettore conosce già) è una cosa molto corretta in sé. In realtà ha fatto una cosa non necessaria. “Orecchie a punta” è un’immagine di per sé molto chiara e il lettore non ha bisogno di esempi concreti per poterselo immaginare. Di conseguenza, se non è necessario, va tolto.

Dopo la descrizione fisica del Conte del Millennio, c’è un bell’infodump su come si crea un akuma. Nessuno ne sentiva il bisogno, non in un racconto di ottanta pagine. Soprattutto perché chi ha comprato la raccolta già conosce D.Gray-man e quindi sa già come si crea un akuma. L’infodump tra l’altro vede l’intervento del narratore onnisciente (sempre sconsigliato) e il Conte intento a descrivere il funzionamento degli akuma (pessima scelta).

«Per cominciare! [con il punto esclamativo?] Prepariamo gli ingredienti necessari: la struttura ossea dell’akuma, che ho costruito io e due esseri umani [l’hai costruito tu con l’aiuto di due esseri umani? o più probabilmente il traduttore si è scordato una virgola?]. ♥»
Così dicendo, tira fuori uno scheletro. Non è autentico, è chiaro che si tratta di una riproduzione realizzata in materiale artificiale. [ciao narratore onnisciente! come stai?]
[un a capo non necessario] Quello è lo scheletro meccanico di una akuma, vale a dire un “corpo” dall’essenza magico-demoniaca in grado di far tornare in vita un essere umano. Tutto quello che bisogna fare è immettervi l’anima di chi si vuole far resuscitare. [ciao spiegone infodumposo!]
No! Non puoi… Non devi usarlo! [prima urla, poi si interrompe, poi urla di nuovo… senza tra l’altro sapere chi è che pensa queste cose]
«Ecco due esseri umani» esordisce il Conte. «Rispettivamente il morto che denominerò A e il vivente che denominerò B. Tra loro c’era un profondo legame, poi A è andato incontro a una morte tragica. Oh, quando si dice “di più non potevo desiderare!”. Quasi mi vengono i brividi dall’emozione! ♥»
A questa esclamazione, solleva due grossolane figure antropomorfe [un po’ tardino per tirarle fuori; avrebbe dovuto tirarle fuori quando ha detto “Ecco due esseri umani“, avrebbe avuto un effetto migliore] costruite in un materiale simile all’argilla. Sul petto recano impresse rispettivamente le scritte “morto A” e “vivente B”.

Continua così per un paio di pagine, come se la Kizaki sentisse il bisogno di dire tutto subito e nel modo più semplice da capire possibile. Ma in realtà non era necessario e il risultato è bruttino. Dico “non necessario” perché il lettore già sa come si crea un akuma quindi spiegarglielo di nuovo a questo punto è pleonastico, e “bruttino” perché sembra di assistere ad uno spettacolo teatrale con tanto di riflettori puntati (rileggete l’incipit).

Ma in realtà è un barbatrucco perché tutto quello che succede in quelle cinque pagine è un incubo di Allen, che si risveglia a bordo di un treno. E questo rende il tutto anche peggiore. Perché Allen dovrebbe sognare il Conte che gli spiega nei minimi dettagli la creazione di un akuma tenendo sottobraccio un bel narratore onnisciente? Non avrebbe potuto sognare qualcosa di davvero brutto? Magari qualcosa legato al proprio passato? E qui non mi riferisco alla credibilità della scena ma proprio alla scelta della scrittrice di voler inserire una scena simile. Allen poteva, per esempio, sognare il giorno in cui ha creato egli stesso un akuma spinto dal Conte. In questo modo ci viene mostrato (e non raccontato) tutto il procedimento di creazione un akuma e la scena diventa più logica (è più probabile sognare un evento traumatico della propria infanzia che non il Conte che vi spiega come creare gli akuma, non vi pare?)

Segnalo un altro errore (perché sono stronzo puntiglioso):

Si passa una mano fra i capelli bianchissimi [mi spieghi la differenza fra “bianchi” e “bianchissimi”?], sospirando leggermente [io avrei scritto “sospirando” e basta, suona meglio; come dice sempre Stephen King, “la strada per l’inferno è lastricata di avverbi”].

L’infodump selvaggio (che non trascriverò perché troppo lungo) continua con la descrizione (interrotta e ripresa più volte) del paesaggio fuori dal finestrino, la descrizione delle persone all’interno del vagone, la descrizione fisica di Allen, il passato di Allen, la vita di Allen con Marian Cross (suo mentore), la vita sfrenata di Cross, la vita di Allen senza Cross (a un certo punto il maestro fugge), il viaggio di Allen dall’India all’Inghilterra e, dulcis in fundo, l’Ordine Oscuro. E tutto questo infodump continua fino a pagina diciotto. Considerando che il racconto inizia a pagina otto, direi che dieci (!!!) pagine di infodump non siano esattamente da considerare “un buon inizio”.

Finalmente il racconto entra nel vivo e ci troviamo subito davanti l’intervento del narratore onnisciente:

Una volta sceso, ritrovandosi solo sulla banchina della stazione, si accorge che non è uscito dal treno nessun altro passeggero. Potrebbe sembrare strano, considerando che è la stazione di una cittadina celebre per il suo splendido lago, ma alla fin fine il posto non offre nient’altro degno di nota [i giudizi personali tienili per te]. Chi mai visiterebbe, solo per godersi un bel lago, una piccola città di campagna fuori mano che non ha nulla da offrire? [è davvero necessario utilizzare domande retoriche?]

A questo punto io mi ero immaginato un paesino di duecento/trecento anime vicino a un lago. Tuttavia l’immagine che sta dando del villaggio non è in accordo con ciò che ne emerge continuando a leggere il racconto. Innanzitutto perché c’è una stazione e già questo ci dice che il paesino non è proprio piccolo e fuorimano. Poi, già della riga immediatamente dopo, leggiamo:

Uscito dalla minuscola [minuscola quanto? quanto una caramella? non usare aggettivi esagerati] stazione, Allen si trova subito in una piazza dal pavimento lastricato, con al centro un alto orologio a torre [aspetta… mi stai dicendo che la torre con l’orologio è AL CENTRO della piazza?], che lo accoglie in silenzio.
Che nostalgia, [probabilmente qui ci voleva un punto fermo, o la massimo un punto esclamativo] è solo la seconda volta che vengo qui ma per me è come essere tornato a casa.
Per quanto si tratti di una cittadina di campagna, il posto non manca di una piccola [trenta centimetri è abbastanza piccola?] via commerciale proprio adiacente [fra “proprio adiacente” e “adiacente” che differenza c’è?] alla stazione, che a giudicare dal vivace brusio adesso è piuttosto affollata [è la stazione o la via commerciale ad essere affollata? scritto in questo modo non è chiaro].

Se poi vi dico che ci sono anche un Tea Shop, telefoni pubblici, edicole e un ospedale, quella in cui si trova Allen non sembra proprio una cittadina piccola che nessuno vorrebbe visitare. Piuttosto alla stazione mi sarei aspettato di vedere un sacco di persone che vengono e che vanno, chi per affari, chi in vacanza, studenti, chi viene a visitar parenti…

Dopo aver percorso la strada principale della cittadina (con tanto di menata su quanto i piccoli villaggi di campagna siano più belli delle brutte e puzzolenti città piene di confusione e inquinamento), ed essere uscito dal centro urbano, Allen tira fuori Timcampi. Non immaginatevi cose strane, Timcampi è solo un golem a forma di palletta in grado di volare, lasciatogli da Cross.

«Su, puoi venire fuori, Timcampi! [Vai, Timcampi! Scelgo te! scemenze a parte, il punto esclamativo non serve, aggiunge troppa enfasi e in questa situazione non è necessaria: Allen sta esortando Timcampi ad uscire, non glielo sta ordinando
A quel richiamo, da sotto il cappotto all’altezza del petto vola fuori una creatura bizzarra [non dirmi che è “bizzarro”, non serve visto che me lo mostri già dalla riga successiva]. Ha un corpo sferico con una lunga coda, dalla punta a forma di piccola fiamma [anziché scrivere “lunga coda” e “piccola fiamma” avresti dovuto fare un paragone con qualcosa di esistente per dare un’dea concreta delle dimensioni]. Le ali, che sbatte velocissimamente [avverbio + superlativo! combo!!1!] come un colibrì, sono simili a quelle di un uccellino [lo hai già paragonato a un colibrì, non serve paragonarlo anche a un generico “uccellino” poiché il primo paragone è molto più efficace]. È un golem che gli ha lasciato il maestro Cross. Durante il viaggio, alla vista di Timcampi, dei bambini erano scoppiati in lacrime spaventati, quindi Allen gli aveva ordinato di rimanere sotto il cappotto per il resto del tragitto in treno.

Ricordatevi di Timcampi, mi raccomando, perché Kaya, al contrario, se ne dimentica e Timcampi non comparirà più. Pessima svista, davvero brutta a essere sinceri, da parte della Kizaki. Uno scrittore deve avere sempre a mente tutto ciò che scrive, SEMPRE. È un errore gravissimo (tuttavia molto diffuso nelle fanfiction e nel fantatrash) dimenticarsi di ciò che è stato detto in precedenza, perché significa che non si è riletto il testo dopo averlo finito di scrivere. Malissimo!

Dopo la figuraccia della Kizaki, il viaggio di Allen prosegue verso una piccola chiesa accanto al lago:

Mentre procede lungo la strada, Allen percepisce chiaramente l’aria farsi man mano più fredda.
Mi sto avvicinando a un luogo dove c’è l’acqua.
Significa che il lago ormai è vicino [l’ho capito, non c’è bisogno di dirmelo due volte; ma sopratutto non c’è bisogno che me lo dica il narratore onnisciente].
Dopo qualche metro si comincia a scorgere la sommità di una torre a guglia [ho cercato un po’ su internet e, a quanto pare, la dicitura “torre a guglia” non è corretta…], che ricorda un cappello a punta. Subito dopo ecco apparire la chiesa vera e propria, una struttura in legno piuttosto vecchia [non mi mostri cosa ti fa pensare che sia “vecchia”?], e dietro di essa, fra una miriade di fittissimi [“fitti” e basta non è sufficiente?] arbusti [sono gli arbusti a essere fitti o i loro rami?], si intravede il lago.

A parte l’effetto à la Holly e Benji con la chiesa che appare per gradi, Allen arriva nel luogo dove abita Mother. Allen aveva deciso di recarsi da Mother nella speranza che lei possa indicargli la posizione della sede dell’Ordine Oscuro. Appena arriva vede Baba, l’aiutante di Mother.

Nel cimitero accanto alla chiesa c’è una persona indaffarata a curare una tomba [in che modo? non me lo mostri?]. Se ne scorge solo la schiena dalle ampie spalle, simili a una grossa roccia. Tutto di quell’uomo, a partire dal cappello di paglia fino al modo di muoversi, fa capire ad Allen che non è cambiato nemmeno un po’ dall’ultima volta.

Ed eccoci arrivati alla prima descrizione di una persona non presente già in D.Gray-man. Di Baba abbiamo capito che è grosso e che ha una cappello di paglia in testa. Il suo peculiare “modo di muoversi” non ci viene mostrato, perciò non sappiamo se si muove ballando la Macarena, se ha il Parkinson o che altro. Il vero problema qui è che il lettore non sa come immaginare Baba mentre si muove e come risultato nella mente del lettore Baba si muove come una persona normale. Paragonare le spalle di Baba a una grossa roccia, invece, non ha senso.

{Qui apro una piccola parentesi: esistono due tipi di paragoni (per come li concepisco io): quelli poetici e quelli pratici. Dire che una nuvola bianca in un cielo limpido è “come una pennellata di Dio sulla sua tela immensa” è fare un paragone poetico perché è solo bello da leggere e non aiuta il lettore a immaginare meglio una nuvola bianca (che è già di per sé facile da immaginare). Al contrario, dire che il verso dello Hotganhiuk è “come quello di un leone” è un paragone pratico perché in questo il lettore sa esattamente che verso immaginare quando dico che lo Hotganhiuk emette il suo verso (in realtà sarebbe più pratico dire che ruggisce ma non mi venivano esempi migliori).}

Come ho detto, paragonare le spalle di Baba a una roccia non è corretto. Probabilmente la Kizaki voleva dire che le sue spalle (quelle di Baba, non quelle della Kizaki, eh!) sono dure e solide come la pietra e ce lo ha suggerito con questa similitudine (o almeno non credo volesse dire che le spalle di Baba sono grige, spigolose e con i licheni sopra). Tuttavia lei non dice che le spalle sono “solide” o che sono “dure” ma che sono “ampie” e poi le paragona a una grossa roccia. Praticamente sta dicendo che le spalle sono grosse come una cosa grossa. È come dire che “il canarino è giallo come un limone”. È inutile dirlo perché “giallo” è un’informazione già di per sé sufficiente a far immaginare correttamente il colore del canarino. Allo stesso modo dire “spalle ampie” è sufficiente a far immaginare una persona dalla corporatura robusta, non c’è bisogno di paragonarla anche a una cosa grossa per potersela immaginare.

Poi vi è la scenetta comica di Baba che travolge Allen (che ho riportato nell’articolo su D.Gray-man Reverse e non riporto anche qui) che finisce a terra. La scena prosegue così:

Baba lo afferra per le braccia e senza tanta delicatezza [è preferibile non dire ciò che non c’è ma ciò che c’è: “senza tanta delicatezza” diventa “di peso”; in ogni caso non c’è bisogno di specificarlo visto che nella riga successiva vediamo Baba che solleva Allen di peso e lo mette in piedi, il “senza tanta delicatezza” è reso bene con quell’immagine e non c’è bisogno di dirlo due volte] lo tira su, costringendolo a rialzarsi.
[un a capo non necessario] Il ragazzo riesce a stamparsi un sorriso in faccia, anche se si sente le gambe piuttosto malferme [“piuttosto” (come tutto gli altri avverbi) andrebbe bandito da ogni testo; le gambe di Allen sono malferme, sì o no? non devi dirmi che lo sono più o meno: o lo sono o non lo sono; “piuttosto” è un giudizio soggettivo, va bene nel parlato ma non deve essere usato da un narratore esterno].
Nemmeno Baba è una cattiva persona… conclude dentro di sé, sputando un fiotto di sangue che gli è salito alla gola.
«Il maestro ha fatto perdere le sue tracce…» risponde all’omone.
«Capisco! [con quanta enfasi? sembra che glielo stai urlando in faccia] Mother! Allen è di nuovo fra noi!» grida lui [non è necessario aggiungere “lui”, si capisce chi è che sta parlando; senza contare che in scena ci sono due “lui” e il pronome maschile non aiuta a fare chiarezza] di rimando in direzione della chiesa, senza mostrarsi minimamente sorpreso [altro avverbio inutile; “senza mostrarsi sorpreso” è sufficiente a rendere il concetto, non serve aggiungere “minimamente”] per quello che ha appena saputo. La sua voce acuta risuona come un’eco sgraziata [è l’eco a essere sgraziata o la voce di Baba?] per tutto il cimitero [bastava dire “per il cimitero”, “tutto” è di troppo], scalfendone la tranquillità.

Avete notato la scena comica di Allen? Scene simili si trovano praticamente in tutti gli shōnen e le ho sempre trovate simpatiche, però leggerle fa un effetto strano. Per esempio, leggete quest’altra scena, tratta da pagina 56 (quindi molto più avanti rispetto all’incontro fra Allen e Baba (pagina 21)) che vede Allen a casa di Lisa (che voi non conoscete, ma va be’):

In quello stesso istante, nella stanza in cui si trovano i due giovani riecheggia un rumore basso e sinistro.
«Eh? Sembrava un tuono, eppure fuori splende il sole.»
Lisa guarda incredula fuori dalla finestra senza fare caso al violento rossore divampato sul volto di Allen.
«Scusami. Era il mo stomaco.»

…che dire…

Anzi qualcosa da dire ce l’ho: se il POV è quello di Allen, egli non può di certo vedere il proprio volto diventare rosso, semmai può sentirlo avvampare o sentirsi le guance pizzicare. Va be’.

Comunque si tratta di comicità giapponese e magari io, vecchio rimbambito occidentale, leggendola non la trovo simpatica quanto un giapponese. O forse è solo questione di gusti. Ad ogni modo la sensazione di leggere un manga messo per iscritto è sempre più forte. Di per sé non sarebbe neanche un gran male (io leggo un sacco di manga e mi piacciono i fumetti in generale), ma scrivere un romanzo e scrivere per un manga sono due cose differenti e sono necessari due tipi differenti di preparazione per poterli realizzare. Un ottimo romanziere potrebbe essere un pessimo sceneggiatore di fumetti e viceversa. Guardate per esempio la scena successiva (Mother che esce dalla chiesa dopo essere stata chiamata da Baba, praticamente le righe successive a quelle dove mi sono interrotto un attimo fa):

In risposta, il cigolio della porta della chiesa non tarda a farsi sentire [in questa scena sembra quasi che Mother sia in piedi, ferma, davanti alla porta ad aspettare che Baba la chiami].
«Allen, hai detto?» esclama una voce tetra, riecheggiando come se provenisse dalle viscere della terra [quanta originalità in questa similitudine…]. Un ritmico “BAM BAM” la accompagna, e continua inquietante finché sulla porta della chiesa non fa la sua comparsa un’anziana donna dai capelli bianchi [in questa scena viene detto che Mother cammina fino all’uscio, il che significa che non era davanti alla porta un attimo fa: ma allora chi l’ha aperta? gli Incredibili Plot Hole?]. Si appoggia a un bastone, fonte di quel battere martellante. È una vecchina esile e molto bassa [non è molto chiara l’altezza se mi dici solo che è “molto bassa”…] – non supera neppure le spalle di Allen, che già di per sé non si distingue in altezza […e questo non aiuta a far chiarezza, non sapendo neanche l’altezza di Allen] – eppure emana un’aura autoritaria, quasi dispotica, che sarebbe in grado di far indietreggiare intimoriti uomini grandi quattro volte più di lei [perché è risaputo che il coraggio è proporzionale all’altezza]. Di fronte a lei qualsiasi bambino scoppierebbe a piangere [tipica descrizione delle streghe delle fiabe; peccato che D.Gray-man Reverse non sia una fiaba, ma una raccolta dark fantasy (o almeno così la spacciano in giro)], dominato da un unico pensiero. [qui servivano i due punti] Darsela a gambe.

Abbiamo:

  • un portone che si apre da solo (molto scenografico da vedere, ma ricordo che qui siamo in un romanzo non in un manga, certe cose influiscono parecchio sul giudizio finale);
  • similitudini banali;
  • descrizioni che sembrano uscite da libri per bambini;
  • onomatopee (che si trovano nei fumetti o nei libri per bambini);
  • cliché tipici dei manga (vecchia bassa e mingherlina ma che in realtà ha una personalità molto forte, uomini grossi e quindi automaticamente dei “duri”);
  • incisi (che rallentano la narrazione e in questo caso non sono neanche utili);
  • aura autoritaria, quasi dispotica (uno non può vedere l’aura di una persona, semmai il suo portamento);

Praticamente una serie di banalità e luoghi comuni, per niente originali anche per lo shōnen medio, scritti in un modo che sembra di leggere un libro di Geronimo Stilton. Come ho detto, scrivere un romanzo è diverso da scrivere la sceneggiatura per un fumetto e questo passaggio lo dimostra.

E direi di finirla qui. Ho parlato abbastanza (e rotto le scatole fin troppo) ma credo di aver dato un’idea sufficiente di come è scritto D.Gray-man Reverse. Potrei andare avanti ancora ma credo ci siano dei limiti riguardo a quanto un’opera può essere citata in giro per la rete (credo sia il 10% massimo del totale ma non ne sono sicuro). Eviterei problemi legali, se possibile. ^_^

Come avete visto, la scrittura non è certo il punto forte della raccolta. Anzi, è una grossa pecca perché è talmente traballante da compromette il piacere delle lettura. Come dicevo nell’altro articolo, non so se sia colpa della Kizaki o dei traduttori (probabilmente più della prima che dei secondi) ma il risultato non è un granché. Io, quando leggo, non sono sempre così pignolo e rompiscatole (che vi pensavate?) ma cerco di godermi il romanzo (dopotutto l’ho comprato per leggerlo mica per correggerlo). Tuttavia a volte accendo il “correttore automatico d’italiano” stile Word che ho montato all’interno della mia scatola cranica (l’ho comprato anni fa per arredare un po’, ché se no i miei dodici neuroni si deprimono in tutto quello spazio vuoto) e vedo un po’ come è scritto ciò che sto leggendo. Normalmente leggo senza fare caso a come è scritto il testo che ho davanti agli occhi ma mi concentro esclusivamente su ciò che viene detto (a meno che non sia scritto così male da darmi fastidio).

Io mi sentivo in dovere di far presente il modo in cui è scritto D.Gray-man Reverse, in parte per completezza (non avevo citato che un paio di righe nel precedente articolo e non sono certo sufficienti per avere un’idea del livello di scrittura di tutta la raccolta) e in parte affinché voi possiate decidere se comprarlo o meno a seconda di quanto vi abbia dato fastidio questo livello di scrittura. Se uno non fa caso a come è scritto (o non gli dà fastidio), la raccolta potrebbe risultare piacevole. Se uno invece è un patito dell’italiano potrebbe voler gettare la raccolta nel camino (e io non lo biasimo di certo). Sappiate comunque che la scrittura più avanti migliora, non di molto ma migliora.

Detto questo, credo che possiamo salutarci. Se non siete d’accordo con alcune mie correzione, scrivetelo nei commenti. Se avete notato un errore che a me è sfuggito, scrivetelo nei commenti. Se volete insultarmi, scrivetelo nei commenti. Se volete che la smetta per sempre di fare articoli, scrivetelo nei commenti. Se volete il ritorno di ♥EddynoSeiTroppoBelliximo96♥, scrivetelo nei commenti. Se non avete nulla da dire, scrivetelo nei commenti.

SEE YOU AMAZING WIZARD…

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8 pensieri su “D.Gray-man Reverse 1: L’inizio del viaggio (smontato)

  1. Hai fatto un post lunghissimo, ne ho letto solo metà per colpa di quel dannato incipit. Sei una maestra generosa. Faceva schifo. E la maggior parte del testo che ho letto (ma non le tue osservazioni eh) facevano schifo. Quindi magari ti sei allenata ma insomma dovresti allenarti con qualcosa di migliore.

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    • Ho cominciato con qualcosa di semplice e ho preferito tenermi sul leggero, senza accanirmi troppo sul testo, per non dare subito una brutta impressione. Più avanti avrò modo di migliorarmi con testi più complicati. Ho iniziato con questo solo perché volevo finire la serie di articoli che avevo in mente su D.Gray-man.

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    • Mi spiace aver scritto al femminile! Comunque seguirò il tuo blog, è un argomento che ho molto a cuore!

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  2. Sei riuscito a leggere per intero una cosa scritta in quel modo?
    Diavolo, doveva essere una storia bellissima – o prendi molto sul serio l’allenamento come editor! 😛
    Quando l’ho visto in fumetteria, sono stato tentato di comprarlo (leggo il fumetto e pur con i suoi grossi difetti, non è male) poi ho avuto l’accortezza di leggere l’inizio e alla descrizione del conte, ho desistito 😛
    Diciamo che la fretta di smaltire descrizioni e ambientazione (la creazione degli Akuma) non ha giovato all’esposizione.
    Tra l’altro: non son d’accordo sul fatto che spiegare la nascita di un Akuma fosse superfluo solo perché già spiegonato nel manga. Però, sarebbe stato più appropriato in un momento significativo e non in un sogno (e soprattutto non in modalità “Quark” condotto da Piero Angela pseudo-steampunk!).
    Non credo che sia (solo) un problema di come scrivano i giapponesi – per esempio, i romanzi su Haruhi Suzumiya, in termini di tecnica e stile funzionano molto meglio, almeno i due che ho letto – mi sa che c’è poca pratica di scrittura da novel, nell’autrice.

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    • Purtroppo no, la storia è moribonda come la scrittura. L’ho finito di leggere solo perché l’avevo comprato e non volevo ammettere di aver speso 7€ per un libro talmente brutto che non l’ho neanche finito di leggere. XD Se me l’avessero prestato probabilmente l’avrei restituito il giorno stesso.

      Ad ogni modo, sì, la colpa è tutta della Kizaki. Ho fatto una breve ricerca su di lei e ho scoperto che questa è la prima novel che ha scritto. E questo in particolare è il primo racconto scritto dalla Kizaki al di fuori della scuola. E un pochino si vede. I racconti successivi migliorano. Di poco, ma migliorano.

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